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UNA PUBBLICAZIONE RICORDA DANIELE MATELLI, Paracadutista della Folgore, morto nel disastro aereo del 9 novembre 1971 alla "Meloria".

In occasione del cinquantesimo anniversario del tragico incidente aereo della Meloria (Livorno), avvenuto il 9 novembre 1971, dove perse la vita, insieme ad altri 51 militari, il paracadutista onetino Daniele Matelli, appena ventenne, mio coetaneo ed amico, mi sono occupato di dare alle stampe un piccolo opuscolo che lo ricorda. L'iniziativa è stata condivisa con le sorelle di Daniele, Daniela e Roberta Matelli e, quest'ultima, ha dedicato un suo scritto al fratello. Lo zio Basilio Matelli, attualmente ospite della RSA Convento di S.Francesco di Borgo a Mozzano, ha dedicato la pubblicazione al nipote.
Gabriele Brunini - novembre 2021


A mio nipote Daniele,
dedico questa memoria a 50 anni dalla scomparsa
incredibilmente tragica.
Lo faccio insieme alle sue sorelle Daniela e Roberta,
che con i loro mariti, figlie e nipoti
sono la mia famiglia.
Saluto tutti coloro che hanno voluto bene a Daniele 
e il mio paese di Oneta, che porto nel cuore.
Basilio Matelli


Come folgore dal cielo
canta il motto della gloria.
Come nembo di tempesta
precediamo la vittoria.

 
A Oneta, frazione del comune di Borgo a Mozzano, oltre ai caduti di tutte le guerre, ogni anno,  si onorano anche i caduti della Meloria e si ricorda, in particolare, il paracadutista Daniele Matelli che in quella tragedia perse la vita, il 9 Novembre 1971, all’età di 20 anni. Il giovane militare, che stava svolgendo il servizio di leva presso la Caserma “Vannucci” di Livorno, era a bordo di un aereo di trasporto dell’Aereonautica Militare Britannica, decollato dall’aeroporto di Pisa e diretto in Sardegna per una esercitazione della Nato, che cadde, poco dopo il decollo, nelle acque del mare di fronte a Livorno, in una zona conosciuta come le “secche della Meloria”. Non ci fu alcun superstite: 6 aviatori britannici e 46 paracadutisti della Folgore morirono nell’adempimento del dovere.

Daniele Matelli era un caro amico, nato come me nel 1951; eravamo cresciuti insieme perché, pur abitando io a Borgo a Mozzano, andavo spesso a Oneta con i miei genitori e mia sorella, perché mio padre, dopo il lavoro in fabbrica, curava dei terreni di proprietà ed allevava polli, galline e conigli, per il consumo di famiglia. A Oneta Daniele, Mirella ed altri ragazzi e ragazze della mia età erano gli abituali compagni di giochi e gli amici del cuore.
 
Anche la domenica 7 novembre 1971 eravamo stati ancora insieme, proprio ad Oneta, all'annuale festa della Società di Mutuo Soccorso  IV Novembre, di cui entrambi eravamo soci. Era venuto a casa per una breve licenza e, nonostante i genitori si fossero trasferiti, per lavoro vicino a Lucca, non volle mancare alla festa nel paese natio. Venne in divisa da paracadutista e fece da alfiere con la bandiera della Società. Fummo insieme anche al pranzo, dove raccontò, con entusiasmo, la vita della naja e parlò dell’imminente esercitazione in Sardegna, dove non sarebbe mai arrivato…
 
A 50 anni di distanza da quell’evento tragico, una delle sorelle di Daniele, Roberta Matelli, ha frugato nei suoi dolorosi ricordi ed insieme abbiamo deciso di fare un piccolo libro, che resti come testimonianza per le generazioni future. Una storia di 50 anni fa, di un giovane di Oneta, a cui è stata dedicata una piazza.
 
Alla pubblicazione hanno contribuito anche la Società di Mutuo Soccorso “IV Novembre” e il Comitato Paesano di Oneta che, ogni anno, hanno ricordato con commozione il giovane paracadutista, caduto in tempo di pace, nell’adempimento del suo dovere di soldato.


Livorno 9 novembre 1971
 
E' notte. L'alba è vicina ma non ha ancora la forza per illuminare la costa. Il cielo è attraversato dal rombo di una formazione di aerei da trasporto C130 “Hercules” dell'Aeronautica militare britannica. A bordo i paracadutisti appena ventenni della Brigata Folgore, diretti in Sardegna per l'esercitazione denominata “Cold  Stream”  (corrente fredda).
Sarà proprio la corrente fredda delle gelide acque autunnali ad accogliere i corpi di cinquantadue soldati.
Un bagliore, un fragore e la torre della Meloria divenne  testimone della tragedia. 
 
Era il 9 novembre 1971 quando lo specchio di mare distante solo poche miglia dalla costa, si rese protagonista di una delle peggiori tragedie che gettò Livorno e la Brigata nel completo lutto. I dieci aerei militari, partiti dalla base militare di Pisa S. Giusto e diretti in Sardegna per raggiungere la zona di lancio di Villa Cidro, erano contraddistinti ognuno da un numero, scritto con il gesso, posto sulla fiancata del velivolo. Uno di questi, non arrivò mai all'appuntamento. Era Gesso 4. Essendo un lancio tattico, la quota di volo doveva essere bassa per non essere intercettati dal radar.
Le secche della Meloria lo inghiottirono e con sé la vita di sei aviatori britannici e 46 paracadutisti in servizio di leva effettivi alla 6^ Compagnia “Grifi” del 2° Battaglione Paracadutisti.
I giovani paracadutisti avevano da poco ultimato l’addestramento di base alla Scuola Militare di Paracadutismo, conseguendo l’abilitazione al lancio e si apprestavano ora all’attività operativa: aviolanci seguiti da atti tattici, che comportavano, fra l’altro, marce forzate, prove di sopravvivenza, fatiche e tanta solidarietà giovanile, come era in quei tempi in cui il servizio di leva era ancora obbligatorio.
All’esercitazione della Nato la Royal Air Force (RAF) partecipava con aerei C130 che potevano trasportare 92 persone, oppure 16194 Kg. o 72 paracadutisti. L’esercitazione “Cold Stream” sarebbe durata, in una prima fase dal 9 al 12 novembre, con una zona di lancio principale dislocata in Sardegna, nell’area di Villacridro, con zone alternate ad Ampugnano e Cecina; ed in una seconda dal 13 al 17 novembre, avrebbe interessato due zone di lancio principali, l’una in Sicilia, nell’area di Bagno Fumosa e l’altra ancora in Sardegna, a Villacridro.
Quella che iniziava il 9 novembre 1971 era davvero una grande esercitazione che suscitava particolare entusiasmo in tutti i paracadutisti della Brigata Folgore. Nel primo giorno di attività si prevedeva l’aviolancio di 406 paracadutisti di cui: 220 del I° Reggimento Paracadutisti Folgore, 100 del Battaglione Carabinieri Paracadutisti, 10 del Battaglione Sabotatori Paracadutisti, 44 del Gruppo Artiglieria da Campagna Paracadutisti, 12 del Quartiere Generale della Brigata e 20 della Compagnia Manutenzione della Brigata. La RAF prevedeva per quel giorno l’uso di 10 velivoli del 38° Gruppo inglese – 1 Andover e 9 C130.
 
La sera del giorno 8 novembre i lanciandi, nelle camerate, fecero gli ultimi controlli dei loro equipaggiamenti. La sveglia suonò alle ore 02.30 ed anche nelle camerate della 6a Compagnia “Grifi”, comandata dal Capitano Paolo Menchi, si visse la stessa atmosfera. Tra i ragazzi, tutti più o meno ventenni, sicuramente ci fu il solito allegro e spensierato scambio di battute, usuali tra commilitoni. Tutti i partecipanti, provenienti dalle caserme “Vannucci” e “Pisacane”, si radunarono puntuali per la partenza, in perfetto orario.
Le procedure di carico e di predisposizione dei velivoli, all’aeroporto di Pisa furono complesse, dato il numero di aerei e di personale partecipante all’esercitazione.
“Gesso 4” decollò alle ore 05h 41’ e 30’’., giunge sulla verticale di Marina di Pisa alle 0547 circa, con a bordo 6 membri dell’equipaggio inglese, due sottufficiali paracadutisti italiani della Compagnia di Comando del 2° Battaglione e 44 paracadutisti della 6a Compagnia “Grifi”, di cui 2 ufficiali (il Direttore di lancio era il Maresciallo Capo Giuseppe Augello). Dopo poco più di due minuti dal decollo, per tutti gli imbarcati su quel fatale C130, contraddistinto con il numero 4 di gesso, nel volgere di pochi istanti da una grande fiammata, sarebbe finita la vita terrena. Il potente vettore, trasformato in un groviglio di inerti rottami sarebbe stato inghiottito dalle acque della Meloria con il suo carico di giovani vite.
Un’ altro C130, “Gesso 5”, seguiva ad appena 15’’. I piloti videro una vampata sul mare e, nonostante la foschia, si resero conto che qualcosa di grave era accaduto. Pur increduli il 1° pilota informò dell’accaduto il Capo Formazione, Ten. Col. Scott, Comandante del Gruppo inglese, che si trovava ai comandi di “Gesso 2”; questi effettuò una chiamata di controllo a tutti i 7 velivoli della formazione, ma “Gesso 4” non rispose.
Gabriele Brunini


UNA STORIA DI 50 ANNI FA,
NEL RICORDO DI UNA SORELLA

Nel 1971 avevo sette anni; io e la mia famiglia, da sempre vissuta a Oneta, ci eravamo trasferiti da poco alla Cappella, una località vicina a Lucca, dopo essere vissuti per qualche anno a Terzoni, una grande villa con case agricole sopra Gioviano; in entrambe le località mio padre svolgeva i lavori agricoli, come salariato. Nella nuova residenza papà e mamma si erano messi subito a lavorare, mia sorella faceva le superiori ed io con il mio carattere ribelle, ma timido, mi ero dovuta ambientare nella nuova scuola (frequentavo la seconda elementare).
In quell'anno mio fratello Daniele, ventenne (era nato infatti il 3 maggio 1951) stava svolgendo il servizio militare. L’avevano preso nel corpo dei paracadutisti, nella mitica “Folgore”, che a lui garbava molto, come lo attirava tanto potersi lanciare con il paracadute. Aveva dovuto scontrarsi, più volte, con il parere contrario di mio padre, che non era affatto d’accordo sulla scelta che voleva fare. Mio padre, infatti, temeva che fosse una cosa pericolosa già il montare su un aereo e, tanto più lanciarsi nel vuoto. Il suo servizio militare iniziò a Pisa, con addestramenti pesanti e sveglia molto presto al mattino; ma a Daniele non faceva fatica fare questo, tanta era la voglia di fare un qualcosa che per lui era importante ed interessante.
Noi familiari andavamo qualche volta a trovarlo, quando era in libera uscita ed era sempre un’emozione forte vederlo con la divisa; mio fratello era veramente un bel ragazzo. Parlavamo di tutto un po’ ed io giocavo con lui; poi nel momento di andar via per tutti era un momento triste; anche per me.
Ricordo la prima volta che è venuto a casa in licenza; mi portò una cioccolata buonissima, che non mi capitava spesso di ricevere e una bambola; io ero al settimo cielo nel rivedere il mio “Tato” (così lo chiamavo). Aveva fatto da poco il primo lancio effettivo da paracadutista ed era felicissimo: ci spiegò tutte le sue sensazioni, ci parlò del volo e del lancio, mentre io stavo imbambolata ad ascoltarlo. Questa esperienza gli aveva fatto capire che la scelta poteva essere anche per la vita; aveva infatti in progetto di fare la firma e la carriera militare nel corpo dei paracadutisti.
Tutto procedeva ben: finito l’addestramento a Pisa, fu trasferito a Livorno, nella caserma “Vannucci”, nella 6a Compagnia “Grifi”.
Dopo qualche mese ci dette notizia che sarebbe andato a fare una serie di lanci in Sardegna e proprio qualche giorno prima della partenza tornò a casa. Una sera i miei genitori invitarono a cena i parenti ed alcuni amici, così da farli partecipi della sua gioia, dandogli l’occasione di salutarlo. Durante la serata parlò della missione in Sardegna, denominata “Gold Stream” (corrente fredda), pur non conoscendone i dettagli, ma era assolutamente orgoglioso di parteciparvi e la felicità gli si leggeva sul volto. Ci disse di aver comprato una macchina fotografica per fotografare più possibile la terra di Sardegna, il mare bellissimo e le terre che avrebbe sorvolato con il suo aereo. La serata con i parenti e gli amici fu davvero piena di chiacchere e risate; poi arrivò il momento dei saluti e delle raccomandazioni a Daniele: di stare attento e di svolgere al meglio la missione. I miei genitori erano commossi, preoccupati ma felici di vedere il figlio così orgoglioso del suo ruolo e della missione da compiere. A me promise un regalo al suo ritorno con la raccomandazione di non fare capricci con i nostri genitori. Lo strinsi forte al collo e gli dissi di tornare presto…
Il giorno dopo era domenica (7 novembre 1971) e Daniele partecipò, in divisa, alla festa annuale della “Società di Mutuo Soccorso IV Novembre” a Oneta, il paese dove era nato e vissuto per tanti anni. La Società ricordava quel giorno, in un appuntamento che era forse la ricorrenza più importante dell’anno, i caduti di tutte le guerre e a Daniele quel giorno fu affidata la bandiera della Società. Avere un giovane compaesano in divisa, per di più un ragazzo del paese a cui tutti volevano bene, fu per tutti i soci una grande soddisfazione, soprattutto per i tanti ex combattenti, che erano ancora presenti, quel giorno. Tutti ebbero il piacere di salutarlo, di baciarlo e di fargli i complimenti per il servizio militare svolto con tanta passione. Al successivo pranzo, nel ristorante di Nella, Daniele parlò della missione in Sardegna, che sarebbe iniziata il martedì successivo 9 novembre; tutti gli fecero complimenti ed auguri, forse qualcuno con una punta di invidia. Insieme a lui quel giorno c’era anche Gabriele Brunini suo amico e coetaneo, anche lui socio della IV Novembre, a cui ho chiesto di aiutarmi nella pubblicazione di questo piccolo libro celebrativo.
Un giorno come tanti, tornando da scuola, con il mio fare spensierato e un po’ evanescente, appena entrata in casa, non respirai la solita aria di sempre, ma un grande senso di angoscia e di tristezza. Tutti avevano le lacrime agli occhi, gli occhi rossi di pianto, gli sguardi pieni di terrore; sensazioni che puoi capire solo se ti ci trovi dentro. Era il 9 novembre 1971: un giorno che avrebbe cambiato la mia vita e soprattutto quella dei miei genitori; per tutti iniziava un lungo Calvario.
Mio padre all’ora di pranzo, ogni giorno, era solito ascoltare il “giornale radio”, ma quel giorno il volume dell’apparecchio era più alto del solito. Entrai senza fare domande, ma pochi attimi dopo il silenzio si fece ancora più drammatico, non si avvertivano nemmeno i respiri: il commentatore parlò di “sciagura aerea nelle secche della Meloria” di “un aereo militare, partito da Pisa e diretto in Sardegna, precipitato”; il commentatore aggiunse che sull’aereo precipitato c’erano 6 aviatori inglesi e 46 paracadutisti della Folgore. I miei genitori rimasero come pietrificati, temendo che su quell’aereo ci fosse mio fratello Daniele. Si susseguirono diverse telefonate, nel pieno dramma dell’incertezza, perché gli aerei partiti da Pisa erano più di uno. Ma non passò molto tempo ed alla porta di casa si presentarono due carabinieri in divisa che confermarono: “il paracadutista della Folgore Daniele Matelli, classe 1951, era tra i dispersi della sciagura aerea avvenuta alla Meloria, poco distante da Livorno”.
Non riuscirò mai a spiegare cosa ho provato in quegli attimi drammatici; ero una bambina e come tale non riesco ad afferrare che piccoli frammenti nella memoria di quei giorni: ma una cosa l’avevo capita molto bene, mio fratello non sarebbe più tornato.
Non so bene come ho vissuto quei momenti e i giorni e mesi seguenti; era un brutto sogno diventato realtà che non riuscivo a capire fino in fondo. Non tirai mai fuori una lacrima, ma un senso di vuoto e di abbandono era dentro me e mi accompagnò per lungo tempo.
Nei giorni che seguirono i miei genitori andavano tutti i giorni a Livorno, sul porto, per cercare di avere notizie del ritrovamento del loro figlio; e come loro facevano tutti gli altri genitori e parenti delle vittime. Io e mia sorella Daniela andavamo a scuola; nel pomeriggio facevo i compiti con grande difficoltà e mi mandavano qualche ora da vicini nostri amici, per farmi svagare un po’. La sera una cappa di tristezza e smarrimento invadeva la casa: vedevo rientrare i miei genitori da Livorno, stanchi delle interminabili giornate, umide e fredde, dove nelle nelle loro menti e nei loro cuori si alternavano rabbia e preghiere. Nei loro occhi ormai c’era solo smarrimento e tristezza, con la sola speranza di ritrovare almeno il corpo martoriato del figlio Daniele.
La ricerca dei corpi andò avanti per due mesi, con le condizioni del tempo e del mare molto brutte. Via via il mare restituiva zainetti, effetti personali, corpi o parti di esse e poi anche una parte del relitto dell’aereo. I giornali, la radio e la televisione dedicarono molto tempo alla notizia, ma nel tempo l’interesse dei media scemava.
Non mancarono commenti ignobili, collegati al particolare momento storico che viveva l’Italia, come quella scritta apparsa su un muro dello stadio di Livorno:  “46 paracadutisti morti 46 fascisti in meno, niente lacrime”…
Per la mia età, non compresi il senso di quella frase orrenda, ma quando mi torna alla mente, quella frase, ancora oggi, mi indigna e mi ferisce, mi manda su tutte le furie. Non c’entrava la politica, erano giovani che facevano il loro dovere di soldati al servizio della Patria, con la leva obbligatoria, che era ancora in vigore. Giovani che avevano una vita davanti a loro, che non meritavano di morire così.                                                                                      
Ai morti nella sciagura si aggiunse, purtroppo, anche la scomparsa di un soccorritore: Giannino Caria, Sergente Maggiore Paracadutista, che si era offerto volontario per le ricerche. Un dolore in più per tutte le famiglie coinvolte nella tragedia.
I mesi passavano, la vita della nostra famiglia era come sospesa in una sorta di limbo, giorni vuoti,
 pieni di tristezza e di angoscia, con i miei genitori che speravano almeno di poter piangere davanti al corpo del figlio. Tante persone venivano a chiedere notizie, a dare conforto; un giornalista venne a fare un’intervista a mio padre che, per la prima volta, vidi piangere.
Dopo quasi tre mesi diversi corpi dei giovani soldati erano stati recuperati dal mare, ma non quello di mio fratello Daniele. Poi il giorno 25 gennaio 1972 arrivò l’attesa notizia del ritrovamento del suo corpo, o forse di parte di esso. Fu una prova durissima per tutti, ma in particolare per mio padre che dovette affrontare la procedura del riconoscimento di suo figlio, avvenuto solo grazie al nome “Daniele Matelli” scritto dentro il suo scarpone. Quel giorno insieme al corpo di mio fratello fu ritrovato anche quello di un suo commilitone, il paracadutista William Furgeri.
Un altro giorno che non dimenticherò mai è stato il funerale celebrato nella chiesa di Oneta, paese nativo dei miei genitori e delle loro famiglie. C’erano tantissime persone, sia sulla piazza, dove arrivò il camion militare con la bara, sia in chiesa. C’erano tantissimi fiori ed è per questo che, quando entro in posti dove ci sono tanti fiori, mi prende una grande ansia.
Da quello sfortunato giorno, “9 novembre 1971”, la vita della mia famiglia ne uscì stravolta. Io ne ho preso coscienza un po’ più tardi, data la mia età: ma il pensiero che non avrei più rivisto il mio “Tato” è una angoscia che rivive nella mente, ogni volta che ci penso e che mi provoca una stretta al cuore; anche dopo 50 anni il dolore non si affievolisce.
Oneta, Novembre 2021
Roberta Matelli
 

IL RICORDO DI UN MARINAIO LUCCHESE
 IMBARCATO SUL DRAGAMINE ONTANO
 
Imbarcato su uno dei dragamine della Marina Militare che furono immediatamente impegnati nelle ricerche del relitto e dei corpi dei militari scomparsi alla Meloria, c’era un marinaio lucchese, Fausto Cattani, di Santa Maria a Colle (Lucca),  che non dimenticherà mai l’angoscia di quei giorni e di quei mesi.Ecco un suo breve contributo.
 
Martedì 9 Novembre 1971
 
Intorno alle ore 7.00 di mattina appena dopo l'alzabandiera, mentre ero a bordo del dragamine Ontano ormeggiato in Arsenale Militare alla Spezia, arrivò la notizia che un aereo era precipitato in mare all'incirca davanti la costa livornese senza sapere la tipologia di velivolo.
Il Comando Militare Marittimo Alto Tirreno ordinò ai dragamine Ontano e Faggio di raggiungere il luogo imprecisato della sciagura salpando immediatamente.
All'uscita del porto della Spezia il mare si presentò agitato con meteo particolarmente avverso a causa di una fortissima libecciata rendendo la navigazione verso la costa livornese piuttosto difficoltosa.
Intorno alle ore 13.00 il dragamine Ontano raggiunse il luogo che in base alle indicazioni di testimoni sarebbe potuto essere quello dell'inabissamento dell'aereo che nel frattempo era stato identificato come un velivolo militare in esercitazione.
Le ricerche non diedero esito positivo tranne che il ritrovamento di alcune chiazze di carburante fino al giorno 16 Novembre.
 
Martedì 16 Novembre 1971
 
Tale giorno fu quello dell'individuazione del relitto dell'aereo quando la strumentazione di bordo (ecogoniometro) captò sul fondale la carlinga.
Le ricerche ed il recupero parziale dei corpi continuarono successivamente fino a Gennaio 1972. In questo periodo altre navi militari e civili comprese quelle di altri paesi parteciparono alle ricerche.
L'allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone, fece visita a bordo del dragamine Ontano, su cui ero imbarcato, il 9 Gennaio 1972 dopo aver presenziato alla cerimonia funebre.
Ci sono molti altri dettagli ma servirebbe un libro per raccontarli tutti.
Fausto Cattani
 

BREVE  STORIA DELLA BRIGATA PARACADUTISTI “FOLGORE”
 
"Di fulgida gloria vigile scolta"
 
Il 1º luglio 1940 si costituisce, presso la Scuola di Paracadutismo di Tarquinia (VT), il 1° Battaglione Paracadutisti formato in Italia e, successivamente, per motivi di precedenza d'Arma, il 15 luglio 1940 cede il numero "uno" al neo costituito Battaglione Carabinieri Paracadutisti. Il 2° battaglione con il 3° E 4° costituiscono il 1° Reggimento Paracadutisti in vita dal 1° aprile 1941.

Il 30 aprile 1941 come 2° Battaglione effettua il primo lancio di guerra della specialità su Cefalonia ed occupa in successione l'isola di Zante.
Il 15 marzo 1942 si costituisce in Tarquinia (VT) il 3° Reggimento Paracadutisti che inquadra inizialmente i battaglioni 8, 9 e 10. Con il 1° ed il 2° Reggimento viene inquadrato nella Divisione Paracadutisti.

Sfumata la possibilità di essere impiegata nell'Operazione C3 (occupazione di Malta), la Divisione denominata "Cacciatori d'Africa" prima e 185^ Divisione di Fanteria "Folgore" poi, viene inviata in Africa Settentrionale. Il 3° Reggimento ridenominato 187° scambia i battaglioni 8 e 10 (quest'ultimo, ceduto al 183° sarà sostituito nel 185° dall' 11) con il 2 ed il 4 del 185°. Sul fronte di El Alamein il 187º Reggimento Paracadutisti era schierato in primo scaglione a sinistra del dispositivo della Divisione "Folgore". Nel corso della battaglia gli uomini del 187º si immolarono con l'intera Divisione. Sei le Medaglie d'Oro al Valor Militare guadagnate dai Valorosi del 187°.

Il 1° gennaio 1963 dal 1° Gruppo Tattico Paracadutisti e dal Centro Militare di Paracadutismo a Pisa si costituisce la Brigata Paracadutisti ed il 1° Reggimento Paracadutisti che inquadra il 2° ed il 5° Battaglione.
Nel 1976, sciolto il 1° Reggimento il 2° Battaglione, denominato 2° Battaglione Paracadutisti "Tarquinia", è reso autonomo e riceve la Bandiera di Guerra del 187º Reggimento.
Nel 1982 il 2º Battaglione partecipa, con il contingente italiano, alla costituzione della Forza Multinazionale di Pace in Libano. Nel 1991 la sua 5^ Compagnia partecipa all'operazione "Airone" nell'Iraq settentrionale.

La ricostituzione del 187º Reggimento paracadutisti "Folgore" avvenuta nel 1992, ha determinato l'ingresso del 2º Battaglione "Tarquinia" nell'organico del Reggimento. Il ricostituito Reparto partecipa alle operazioni "Ibis 1" e "Ibis 2" in Somalia e all'operazione "Vespri Siciliani" in Italia. Nel Settembre 1996 il 187º, che nel frattempo aveva iniziato la sua trasformazione in unità basata su volontari in Ferma Breve (VFB) ed in Servizio Permanente (VSP), partecipa alle operazioni "Joint Endeavour" in Bosnia e, successivamente, "Alba" in Albania, seguite dal Kosovo e Timor Est per citare soltanto le prime.
Successivamente il reggimento ha operato in tutti i teatri operativi dove la Brigata Paracadutisti è stata impegnata. 


PREGHIERA DEL PARACADUTISTA
 
Eterno immenso Iddio, che creasti gli infiniti spazi e ne misurasti le misteriose profondità,
guarda benigno a noi, Paracadutisti d’Italia, che nell’adempimento del dovere, balzando dai nostri apparecchi, ci lanciamo nella vastità dei cieli.
Manda l’Arcangelo S.Michele a nostro custode: guida e proteggi l’ardimentoso volo. Come nebbia al sole davanti a noi siano dissipati i nostri nemici.
Candida come la seta del paracadute sia sempre la nostra fede e indomito il coraggio.
La nostra giovane vita è tua o Signore!
Se è scritto che cadiamo, sia! Ma da ogni goccia del nostro sangue sorgano gagliardi figli e fratelli innumeri, orgogliosi del nostro passato, sempre degni del nostro immancabile avvenire.
Benedici, o Signore, la nostra Patria, le famiglie, i nostri cari! per loro, nell’alba e nel tramonto, sempre la nostra vita!
E per noi, o Signore, il tuo glorificante sorriso.
Così sia.

Raccolta testi e coordinamento a cura di Gabriele Brunini
Stampa Tipografia Amaducci - ottobre 2021
 






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