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1944: CHI SALVO' IL PONTE DEL DIAVOLO ?

Spigolando nella nostra storia
 
CHI SALVO’ IL PONTE DEL DIAVOLO ?
I tedeschi in ritirata lo avevano già minato
 
Mi è capitato qualche tempo fa di leggere un libro scritto da Piero Sebastiani (classe 1927) che, ad appena 17 anni, si trovo’ a fare da attendente a Idreno Utimpergher, ultimo federale di Lucca durante la RSI e comandante della 36a Brigata Nera di Lucca.
In un capitolo del libro (“La mia guerra” – edizioni Mursia) il Sebastiani parla dello spostamento da Lucca a Bagni di Lucca al seguito di una colonna di SS ed a pagina 57 scrive:
“Arrivati a Borgo a Mozzano abbandonammo la colonna per andare a salutare il colonnello Suffa che, dalle targhette inchiodate agli alberi della strada, risultava aver posto qui il suo comando. A Borgo a Mozzano – prosegue l’autore del libro – il colonnello Suffa si era sistemato con la sua scorta in una villetta sulla sponda destra del Serchio dalla quale godeva di una magnifica vista sul bellissimo ponte della Maddalena (o Ponte del Diavolo), fatto costruire otto secoli prima da Matilde di Canossa. Trovammo Suffa che armeggiava con una grossa macchina fotografica Linhof tentando di piazzarla su un cavalletto poco adatto alla bisogna, proprio per poter fare una serie di foto a quel sito idilliaco prima che gli aerei alleati, disse, lo distruggessero. Fortunatamente – scrive ancora il Sebastiani – questo non avvenne e il ponte rimane uno dei luoghi più frequentati dai turisti che percorrono anche oggi la Val di Serchio.”
Fin qui il racconto del Sebastiani. La villetta di cui si parla  è quella di Morante, che ancora oggi, ben curata, fa bella mostra di sè, sulla riva destra del fiume, proprio a ridosso del ponte. Che nella villa di Morante ci fosse il comando tedesco è certo; tra le testimonianze c’è anche quella della proprietaria della villa, la signora Lia Pierotti Cei che, in un suo libro, dal titolo “Il Signore del Golfo Mistico” – Sansoni Editore, scrive: “….Il nostro eremo in Garfagnana era stato requisito dal Comando tedesco quale ottimo punto strategico per la “linea Gotica”. Ci domandavamo se lo avremmo rivisto mai più……”.
Di fronte allo scritto del Sebastiani ed a diverse testimonianze che il ponte era stato minato dai tedeschi, ormai pronti ad abbandonare le tante fortificazioni costruite sul nostro territorio comunale, c’è da chiedersi perché l’antico manufatto non sia stato distrutto, così come invece avvenne per gli altri ponti sul Serchio, fatti saltare dai tedeschi in ritirata, o bombardati dagli aerei alleati,  per rendere più difficili i rifornimenti e la ritirata dei tedeschi. A Borgo a Mozzano i tedeschi fecero saltare il ponte Umberto, meglio conosciuto come “ponte pari”,  costruito in ferro nel 1901, intitolato al Re Umberto di Savoia, ucciso a da un anarchico nel 1900.  Rimasero solo i piloni su cui poi è stato ricostruito il ponte attuale in cemento armato.
Sulla mancata distruzione del “ponte della maddalena” si possono fare varie ipotesi: come quella che il ponte,  per le sue caratteristiche, non fosse ritenuto idoneo al transito dei mezzi militari; oppure si può essere portati a pensare che,  sia nel comando tedesco che in quello alleato,  ci sia stata sensibilità per il patrimonio di storia e di cultura che il ponte rappresentava; oppure si può, validamente,  ritenere possibile che qualcuno abbia usato la sua influenza o la sua benevolenza verso il comando tedesco affinchè la decisione, già presa,  di far saltare il ponte con la dinamite,  fosse accantonata.
Non ci sono prove o documenti; per decenni chi ha vissuto quei momenti tragici ha preferito non parlare e, con il tempo i ricordi si sono fatti più flebili e  incerti, i testimoni sono scomparsi. Così oggi certe testimonianze si possono riferire solo per onor di cronaca, come faccio io in questa occasione.
Una persona carissima, con cui ho avuto tante opportunità di parlare della nostra storia locale, la professoressa Leonilda Marchesini Rondina,  mi riferì che nei giorni in cui il ponte veniva minato dai tedeschi, suo fratello Danilo, che aveva confidenza ed amicizia con il comandante tedesco di Borgo, era ripetutamente intervenuto per evitare la tragica distruzione di questo pezzo straordinario della nostra storia. Danilo Marchesini, persona squisita per disponibilità e cordialità, in quei tragici momenti della nostra storia, aveva qualche incarico di responsabilità nel partito fascista repubblicano. In quei giorni difficili, poi, un giovane medico, il dottor Luigi Rondina, da poco in servizio nel nostro paese, proprio su sollecitazione di Danilo, aveva fatto, con mezzi di fortuna, una difficile amputazione di una gamba ad un soldato tedesco, salvandogli la vita. Il dottor Luigi Rondina, indimenticato medico condotto e ufficiale sanitario del nostro Comune, sarà il cognato di Danilo Marchesini. Fatti e coincidenze che, come espressamente riferitomi dalla signora Leonilda, potrebbero aver aiutato e sostenuto l’intervento accorato di Danilo Marchesini, affinchè i tedeschi abbandonassero Borgo a Mozzano senza far brillare “i siluri” di tritolo che erano  stati posti sotto le arcate del “ponte del diavolo”.
Non ci sono prove di quello che ho scritto, ma non c’è motivo perché questi fatti non siano riferiti.
Il 27 settembre 1944 Borgo a Mozzano è liberata. I tedeschi hanno lasciato il nostro territorio da poche ore, facendo saltare in aria il “ponte pari”, ma risparmiando il “ponte del diavolo”. Ancora, nei giorni seguenti, ci sono delle incursioni di pattuglie tedesche, come testimonia una relazione del comandante partigiano della piazza, il ten. Mario Amaducci. Il giorno 28 (secondo la lapide apposta alla fontana di Chifenti) o il giorno 27 (secondo la relazione del ten. Amaducci) una pattuglia tedesca di retrovia, che si trovava in località “Comastrino”, uccide Brini Valentino che, dopo essere stato al Borgo, ormai liberato, ed aver appreso della ritirata dei nazisti verso la Garfagnana, stava rientrando alla propria abitazione di Chifenti, transitando sulla statale del Brennero.
Il fronte di guerra si sposta a nord di Gallicano, nella zona di Palleroso, di Castelnuovo Garfagnana, di Vergemoli e di Fosciandora; le poderose fortificazioni approntate dai tedeschi sul nostro territorio rimangono fortunatamente inutilizzate; la popolazione dei nostri borghi, che era sfollata in luoghi più sicuri,  può rientrare nelle proprie case. Qualche paesano coraggioso rimuove i siluri di tritolo dal nostro principale monumento.
In Garfagnana, invece, si combatterà fino alla fine delle ostilità ed alla liberazione del  25 aprile 1945 e tanti saranno i lutti e le tragedie.

Di quello che ho scritto mi arriva conferma da un intervento dell'architetto Francesco Rondina, mio coetaneo ed amico, figlio del dottor Luigi e della professoressa Leonilda Marchesini. Mi scrive Francesco: "Caro Gabriele, ti ringrazio di aver parlato di questa storia, che, per un comprensibile riserbo, era stata sempre taciuta dalla mia famiglia. Ti posso solo aggiungere che, sempre dalle testimonianze di mia madre, risulta che mio nonno Nildo (Leonildo Marchesini) per aiutare il salvataggio del ponte, fece recapitare al comandante tedesco una damigiana di vino della nostra vigna di Cerreto; ed è per questo che in casa si è sempre detto che il ponte era salvo per una damigiana di vino!! Inoltre, sempre Nildo, aveva fornito a mio padre la sega da macellaio che servì per la fortunosa  amputazione della gamba al soldato tedesco. Mi preme peraltro sottolineare che mio padre, in quei momenti difficili, aveva aiutato tanti uomini, indistintamente dal colore, senza guardare da che parte stessero nel conflitto e, proprio per questo, in alcuni frangenti, solo la fascia con la croce rossa,  che portava al braccio,  lo aveva salvato dal plotone d'esecuzione".
Gabriele Brunini – bruniniborgo@libero.it





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