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I MIEI RICORDI DI SANROCCHINO!

Nel novembre 2002 il Comune di Borgo a Mozzano (ero Sindaco...) pubblicò un libro, scritto dalla carissima Leonilda Marchesini Rondina, dal titolo "STORIA DELL' ALMA COMPAGNIA DI SAN ROCCO".
A quel libro feci una introduzione che era un mio omaggio alla Parrocchia dove ero nato e dove avevo vissuto una infanzia stupenda !  Eccola:


San Rocco è una parte di Borgo a Mozzano, ma non è "il Borgo". Almeno così è stato finchè la vita di paese ha avuto le sue regole ferree ed immutabili, per secoli.
 
San Rocco è quella parte di paese, dal Ponticello in su, verso il Ponte Pari, fino al Ponte del Diavolo, passando per "Turchia" e "Venezia". Quella parte di paese dove la strada si fa più stretta e le case, da un lato, sono attaccate al monte, più buie e più umide.
 
Oggi è tutto Borgo a Mozzano, ma un tempo quella parte era Cerreto di Sotto; poi solo San Rocco. Al centro della borgata la sua chiesa, grande, ricca, luminosa; il cuore di quella parte di paese, ma anche il centro della vita sociale, l'identità degli abitanti.
 
In questa parte di paese, proprio dove la strada si fa stretta e i tetti delle case più alte paiono toccarsi, dove erano fiorenti i commerci semplici e gli artigiani numerosi,  anch'io sono nato e ho vissuto l'indimenticabile gioventù.
 
Non avevamo ancora la televisione nelle case e la Parrocchia, con i suoi tempi liturgici, scandiva i ritmi e i tempi della vita della comunità: le funzioni in chiesa erano ancora più o meno  quelle codificate dal Concilio di Trento,  solenni nel latino incomprensibile ma fascinoso;  la novena di Natale, le "lezioni" cantate la notte di Natale, prima della Messa di mezzanotte, faticosissima, dove tutti crollavano dal sonno; le quarant'ore a Pasqua e il vespro di Pasquetta che faceva interrompere a noi ragazzi, ma anche ai nostri genitori, il merendino sul più bello.
Ma anche se costava sacrificio, nessuno voleva  mancare; anzi, chi arrivava per primo poteva ottenere un premio ambito: cantare le interminabili litanie dei santi, in ginocchio sugli scalini dell'altar maggiore, sotto la regia perfetta di colui che era ed è il custode più vero del patrimonio della nostra Parrocchia, Giuseppe Brunini, il carissimo e bravissimo "Beppe".
Il cammino delle stagioni faceva finalmente arrivare la funzione del "maggetto"; era il segno della primavera e ci faceva uscire di casa la sera, dopo le noiose serate d'inverno. poi tutti si andava  in piazza, "al ponte pari", ad assaporare i primi sintomi della ormai prossima lunga estate.
 
E sempre la Parrocchia a dettar regole  con la dottrina alle due del pomeriggio della domenica, a cui seguiva  il film nella sala parrocchiale, oppure al Cinema Unione, giù in Borgo, ma solo se il Parroco lo dichiarava "visibile”. Altrimenti non rimaneva altro che l'eterna guerra "ai borghigiani";  nel Rio, al fiume, dovunque. L'eterna guerra, senza odio, che i ragazzi sanrocchini e borghigiani combattevano da secoli; generazione dopo generazione; come la lunghissima guerra di Troia; una guerra più lunga della lunga guerra dei Cento Anni di cui parlano i libri di storia; rinfocolata dalla visione nell'oratorio del film "i ragazzi della Via Pal", che ci faceva piangere, ma che ci spingeva ad emulare le gesta di quei nostri coetanei d'America.  Una guerra "cavalleresca" combattuta dovunque: all'uscita della scuola, o quando i chierichetti si incontravano, al buio, nella stretta strada che sale a Cerreto, durante la visita delle sette chiese.
Poi appena adolescenti si entrava in Compagnia; ci facevamo cucire la cappa con la mantellina verde e il medaglione di San Rocco dalla parte del cuore: ora eravamo uomini.
Questi sono stati i pensieri semplici di un sanrocchino a cui è stato chiesto, ora che è Sindaco, di portare il suo saluto. L'ho fatto con dei ricordi che potranno essere rivissuti da tanti miei coetanei che, come me, sotto la guida del compianto Rettore don Raffaello Orsetti, o prima ancora di Don Magnani, hanno vissuto quei tempi più semplici di oggi, dove tutti, più o meno, eravamo accomunati da una miseria decorosa e da una grande speranza nel futuro.
Grazie a chi ha avuto l'idea di scrivere un primo libro sulla storia dell'Alma Compagnia e riconoscenza alla Professoressa Leonilda Marchesini Rondina che, ancora una volta, ha dato la sua intelligenza, la sua bravura e la sua capacità di sacrificio a questo libro, che sarà un capitolo della storia grande di San Rocco; quella Parrocchia che, pur nei tempi della necessaria ed indispensabile Unità Pastorale, avrà sempre la sua indiscussa identità.

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Il testo pubblicato sopra concludeva il mio intervento alla presentazione del libro. Di quell'intervento, pubblico, di seguito, anche la prima parte:

Il “Rio” detto semplicemente così, o anche Rio d’Oneta, segna il confine tra le parrocchie del Borgo e di San Rocco che già formava comune col nome di Cerreto di sotto o “cerretumque duplex” come dice il Beverini”.
 
Con queste parole Francesco Maria Pellegrini, della nobile famiglia Pellegrini del Borgo, nell’anno 1925, inizia a parlare di San Rocco nel suo mirabile libro “Borgo a Mozzano e Pescaglia nella storia e nell’arte”.
 
Sempre il Pellegrini ci dice che “la Chiesa Parrocchiale quale è attualmente, fu rifatta…….precisamente dal 1791 in poi. La lapide commemorativa di tale rifacimento fu posta nel braccio della sagrestia verso la canonica nel 1798.
Fondata come oratorio circa il 1525, ebbe nel 1606 un primo ingrandimento…….. ma  tra il 1620 ed il 1627 ebbe un accrescimento considerevole.
……..Nel 1671 si volle fare il coro, o tribuna……..Nel 1746, pericolando la cantonata del coro verso il Borgo, si pensò che si poteva fare da quella parte un oratorio, una nuova sagrestia, ed un’altra stanza per uso della chiesa, e tutto fu terminato nel 1760. Un nuovo ingrandimento del coro incominciò nel 1791……..Fu compiuto tutto il 27 maggio 1792 insieme alla facciata. Nella quale fu messo il bassorilievo circolare in marmo rappresentante S.Rocco”  che ancora possiamo ammirare.
 
Ho voluto partire da queste brevi note storiche scritte dal Pellegrini per inquadrare questa opportuna opera che la carissima Leonilda Marchesini Rondina ha scritto sull’Alma Compagnia di San Rocco, ma soprattutto per arrivare a considerare due concetti:
 
 
Il primo concetto che deve essere a tutti chiaro, per capire il senso della nostra storia, è che la vita civile, la storia civile delle nostre popolazioni, nei secoli, quasi fino all’inizio del 1900 è stata fortemente influenzata, anzi direi condizionata, dalla fede religiosa, che mai le popolazioni della campagna in particolare mettevano in discussione.
 
L’organizzazione e il potere  della società civile, fosse quella dell’impero o dei liberi comuni o della repubblica di Lucca si manifestava soprattutto nelle città e nei grandi centri e arrivava a farsi conoscere nelle campagne solo per il pagamento di tasse e gabelle o per il passaggio degli eserciti.
 
La vita quotidiana nelle campagne era condizionata e scandita dai tempi liturgici e dalle funzioni religiose a cui si partecipava per fede (quella semplice dei tempi) o per dovere, o per paura del castigo eterno, ma a cui tutti, comunque, partecipavano.
 
Non essendo contemplato di mettere in dubbio ciò che la Chiesa aveva codificato.
 
Il popolo, quello più povero in particolare, partecipava e decideva della vita della propria “Comunità” anche attraverso forme di organizzazione che supplivano alla mancanza di analoghe possibilità della società civile, come appunto l’Alma Compagnia di San Rocco, riconosciuta dal Vicario generale del Vescovo di Lucca fin dal 1527.
Si può pensare quindi che sia sorta contemporaneamente alla fondazione dell’oratorio dei Santi Sebastiano e Rocco che il Pellegrini, nel suo libro già citato, fissa al 1525, nel luogo dove già esisteva fin dal 1400, come ci ricorda la Professoressa Rondina, un piccolo tabernacolo dedicato a San Sebastiano.
Dopo la fondazione e il riconoscimento del Vescovo di Lucca arriva l’iscrizione ambita, datata 6 luglio 1606, all’Arciconfraternita di San Rocco in Roma, ma inizia soprattutto un intenso lavoro per rendere più bella, decorosa, ricca questa nostra Chiesa.
L’Alma Compagnia diventa lo strumento attraverso cui prima i confratelli e poi anche le consorelle partecipano attivamente alla vita della Parrocchia, decidendo e facendo opere di grande rilievo e di grande impegno economico che, nei tempi di oggi, ci appaiono impossibili ed incomprensibili.
 
L’autrice riepiloga a pag. 97 tutte le iniziative e realizzazioni dell’Alma Compagnia, che vanno dalla costruzione del campanile del 1662 al reliquiario di argento del 1710, dalla costruzione del “battolone” o “troccolone” come lo chiamavamo noi chierichetti alla costruzione della chiesa nella forma di oggi che è del 1792. Arrivando fino, con una continuità di impegno ammirevole, al rifacimento della canonica nel 1938 o al rifacimento del gonfalone dell’anno 2000.
Nel libro la Rondina è riuscita a riepilogare tutto ciò che dell’Alma Compagnia oggi si conosce.
Impedendo così che altre memorie potessero andare perdute come sicuramente è avvenuto con la soppressione napoleonica dei primi anni del 1800 e la conseguente sparizione dei libri della compagnia, ricostituita formalmente solo nel 1821, o con la perdita di molti numeri di “sprazzi di luce” l’interessante bollettino parrocchiale curato dal parroco don Agostino Farnocchia (rettore di San Rocco dal 1894 al 1932).
 
Come è già avvenuto per i poderosi lavori che la Signora Rondina ha fatto per le Misericordie di Borgo e Corsagna non è detto che i suoi lavori siano esaustivi e completi, ma sono certamente il massimo della conoscenza attuale sui temi trattati.
 Sarebbe anzi auspicabile che da questi lavori si partisse per nuovi approfondimenti o per inquadrare nei contesti storici l’operato di queste confraternite che così preziose sono state per la nostra comunità e che testimoniano la grande generosità della gente del nostro territorio.
 
L’autrice ci descrive la storia di quei grandi pellegrinaggi che l’Alma Compagnia compie  a Lucca, per onorare il Volto Santo , il 15 settembre 1837 e il 7 gennaio 1855 (a cui intervennero oltre 120 confratelli) e della partecipazione alla festa di San Rocco del 1821 della Duchessa di Lucca Maria Luvisa di Borbone.
Abbiamo l’elenco dei correttori della Compagnia dal primo di cui si trova traccia (siamo nel 1676) che  si chiamava per l’appunto Giovan Battista Brunini fino all’attuale Don Angelo Fanucchi coadiuvato da Don Alessio Barsocchi.
 
Voglio ricordare in questo momento anche i parroci e correttori della Compagnia che ho conosciuto da Duilo Magnani a Don Carlo Santini e soprattutto il carissimo Don Raffaello Orsetti, parroco dal 1959 al 1991, al quale, forse, non demmo tutto l’aiuto e il sostegno di cui aveva bisogno per rimanere con noi.
 
Abbiamo l’elenco dei priori che hanno portato ai giorni nostri l’Alma Compagnia di San Rocco nell’ottimo stato di salute in cui si trova, fino all’attuale, il generoso Renzo Amidi.
Ma come ricorda la Rondina c’ è soprattutto un uomo che negli anni dei rapidi mutamenti che la Chiesa ha subito è stato il custode attento della tradizione e del patrimonio di questa Parrocchia, una persona a cui va tutta la nostra riconoscenza e il nostro affetto: Giuseppe Brunini ………..
 
Il secondo concetto che il libro della Signora Rondina, stampato dall’Amministrazione Comunale per i tipi dell’Istituto Storico, ed abbellito ora, per iniziativa della Parrocchia, con una sovracopertina a colori che lo impreziosisce e lo rende più bello, è quello di chiarire il perché San Rocco ha sempre rivendicato con forza la sua particolarità di Comunità distinta dall’altra Comunità, la parrocchia di San Iacopo, che i Sanrocchini hanno sempre chiamato “il Borgo”.
 
I giovani di oggi o le persone che non hanno vissuto la vita della parrocchia fino all’incirca al 1960, difficilmente potranno capire perché questa distinzione forte nell’unico centro abitato di Borgo a Mozzano.
 
Anche il libro della Signora Rondina e la storia dell’Alma compagnia di San Rocco ci aiuta a capire questa che può sembrare davvero una stranezza, riportando un antico verbale nel quale si dice che  “restando – l’oratorio di San Rocchino – quello per intenderci che si trova nei pressi del Cimitero di Cerreto - assai lontano e scomodo per – quelli di Cerreto – che erano venuti al basso, si pensò di ingrandire alquanto la vecchia cappella di San Sebastiano e di fondarvi una confraternita, sotto il titolo di San Rocco”.
 
Ciò significa che la gente che da Cerreto era scesa al basso e che si era insediata in quella zona al di sopra del Rio di Oneta non aveva alcun legame con il Borgo, ma era parte della Comunità e della Parrocchia di San Giovanni Battista di Cerreto.
E questo, come ci ricorda sempre la Signora Rondina è stato fino al 1676, quando quella gente che era scesa al basso ed aveva costituito attorno alla vecchia cappella di S. Sebastiano, rinnovata con il culto a S.Rocco, una vera e propria Comunità, di cui l’Alma Compagnia era il vessillo, riuscì ad “emanciparsi” da Cerreto di Sopra e fu resa libera e indipendente Parrocchia con il proprio Parroco, che era il cappellano della compagnia, il già citato Giovan Battista Brunini.
Ma questa nuova parrocchia di San Rocco era Cerreto di Sotto, cosa diversa dal Borgo, la Comunità più antica che in secoli precedenti si era insediata nei terreni più aperti e più spaziosi al di sotto del Rio.
 
Anche il Pellegrini, autore della storia già citata dei nostri paesi, quando scrive, nel 1925,  è ancora fedele a questa distinzione e dice che il Rio segna il confine tra le parrocchie del Borgo e di San Rocco.
E tutto questo è stato nei fatti per tanti di noi fino agli anni sessanta quando la Chiesa e la Parrocchia hanno cessato, purtroppo, di essere per molti il punto di riferimento forte della propria identità di Comunità.
 
Anch’io che ho vissuto con i miei coetanei gli ultimi tempi di un modo di essere che, immutabile nei secoli, ci era stato tramandato dal 1500 ho voluto dedicare alcune riflessioni a questa nostra Parrocchia che, così intensamente, ha caratterizzato la nostra gioventù e che ho inserito nella introduzione al libro della carissima Signora Rondina. (vedi prima parte)





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