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IL PASSATO RIMOSSO. L'oblio sui fatti della storia: considerazioni sul cosiddetto "eccidio di Valdottavo" del 1921, ed altro ancora.

Un giorno di maggio del 2018 sono andato alla Biblioteca Comunale e ho trovato una studentessa della scuola media che cercava tra i faldoni dell'archivio storico notizie sui "fatti di Valdottavo" del 22 maggio 1921, dove era coinvolto un suo antenato, forse il padre della sua bisnonna. Ho ripensato così a quell'episodio, tragico, che poteva essere giudicato e letto in svariati modi, che poteva essere visto "da destra e da sinistra", ma di cui, dopo la caduta del regime fascista, o forse anche prima, si è parlato davvero molto poco.
Ho pertanto voluto approfondire l'argomento, raccogliendo tutto quanto si è scritto sull'episodio, facendo, nell'occasione alcune riflessioni personali, come quelle che seguono, che ho intitolato:


PASSATO RIMOSSO E  OBLIO DELLA MEMORIA

L'episodio passato alla storia come “l’eccidio di Valdottavo” del 1921, mi ha sempre incuriosito, ma anch’io mi sono adeguato al silenzio che,  da tempo immemorabile ormai,  è calato su quell' episodio  e che dura da molti decenni;  rotto solo da rare uscite di qualche storico, spesso su testi specializzati.
Ho voluto così riflettere su questa sorta di oblio della storia, sul "passato rimosso", di cui ha parlato, di recente, nell'introduzione ad un libro il giornalista/scrittore Pietrangelo Buttafuoco, cercando tutto quanto poteva essere stato scritto su quell'episodio, citandone anche altri, ai più sconosciuti, che sono caduti nell'oblio totale.                                                                                                                                                     
Dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso, e per circa vent’anni, essendo attivamente impegnato in politica, frequentavo con una certa assiduità  il paese di Valdottavo, dove esisteva una delle poche sedi del Movimento Sociale Italiano, a cui appartenevo, situata proprio davanti al Teatro Colombo. Gli iscritti al MSI, all’epoca,  erano numerosi  e  molti di loro  avevano vissuto il periodo del  regime, gli anni del consenso, gli anni complessi e tragici della guerra, della guerra civile e del primo dopoguerra, dove le tensioni e le contrapposizioni erano forti, anzi fortissime, con divisioni verticali addirittura nelle famiglie. Spesso mi capitava di ascoltare i loro racconti, ma difficilmente questi riguardavano gli avvenimenti locali o le contrapposizioni  della guerra o del periodo antecedente. La gente, sostanzialmente, conviveva con il tentativo di rimuovere il ricordo dei dolori vissuti  e cercava di non parlare degli episodi, talvolta tragici, di cui era stata protagonista, spesso suo malgrado.                                                                                         
Anche i “fatti di Valdottavo” del 22 maggio 1921 subirono la sorte dell’ oblio, ma non solo quelli.                 

Perfino un episodio gravissimo, come quello avvenuto il  13 settembre 1944 a Partigliano, quando gli abitanti del paese rischiarono di essere sterminati dai nazisti,  in una delle tante inutili e incredibili stragi che, in quei giorni terribili,  insanguinarono  contrade e paesi della Toscana, era caduto in quell’ oblio di cui dicevo prima, o veniva ricordato,  senza enfasi, solo da coloro che avevano vissuto quei momenti.  Ne è prova la lapide in ricordo di quei  tragici fatti, che  fu posta a Partigliano solo nell’anno 2006 dal Sindaco Francesco Poggi. Protagonista del salvataggio di quella comunità fu il prof. Silvio Ferri, uomo coraggioso che con il suo intervento autorevole, aiutato dalla conoscenza della lingua tedesca, riuscì a convincere il comandante delle truppe tedesche a non infierire su quella popolazione. Ebbene il figlio di Silvio Ferri, il prof. Claudio, che fu mio attivo ed autorevole collaboratore nel primo mandato amministrativo da Sindaco (dal 1995 al 1999), addirittura come capogruppo di maggioranza, non mi aveva mai parlato di quell’importante fatto storico,  di cui suo padre era stato attore e mai mi chiese di valorizzarne il ricordo, come di certo avrei volentieri fatto.

Anche nella mia famiglia si è cercato di dimenticare. Una sorella di mio padre, la zia Anna Brunini di Oneta (paese della mia famiglia) aveva sposato un borghigiano, Torquato Guasperini , che morì nel 1929, dopo pochi anni  dal matrimonio, all’età di 27 anni,  lasciando mia zia con un figlio piccolo (Alemanno Guasperini, nato nel 1926). Pochi anni dopo, nel 1931, morì anche un fratello di Torquato, Giordano Guasperini, all’età di 24 anni. Mia zia per mantenere il figlio andò “a servizio” in una famiglia benestante di Vercelli, dove rimase  per tutta la vita e il figlio Alemanno morì nel 1966. In casa, da ragazzo, sentivo “sussurrare” che i due giovani fratelli  Guasperini erano morti in conseguenza di un agguato compiuto contro di loro, perché appartenenti al “Fascio” di Borgo a Mozzano. In anni successivi anche l’amico dottor Franco Giusti, in diverse occasioni, mi confermò questo fatto, ma per una sorta di pudore non gli chiesi mai spiegazioni che, così, oggi, non posso dare, né a me né agli altri. 

Un altro episodio rimasto nell'oblio è quello della morte di Renato Giorgi, di Anchiano. Il Giorgi era stato Carabiniere Reale ed a tutti era nota la sua fede fascista. Proprio nel quindicesimo anniversario della "marcia su Roma", il 28 ottobre 1937, appena ventottenne, Renato fu trovato morto nei boschi di Anchiano e molti ebbero la certezza che fosse stato ucciso, proprio per la sua fede politica. Il "santino" funebre scritto nell'occasione dei suoi funerali recita: "Fatale e cruda venne la morte. Tu Renato hai piegato la tua, ancora giovanissima e valida vita per sempre. Guarda dal cielo la tua cara sposa (Anna) la tua tenera bambina (Carla)...affinché nel tuo caro ricordo trovino rassegnazione e conforto - Anchiano, 29 ottobre 1937, anno XVI dell'era fascista".
Le indagini, che sicuramente saranno state svolte, non portarono a niente. Nel piccolo paese di Anchiano il nome del possibile assassino continuò ad essere solo sussurrato. Ancora una volta si preferì il doloroso oblio.

Anche il testo di una lapide, ormai scolorita, posta su di una vecchia tomba del cimitero di Chifenti, ci pone un interrogativo sulla scomparsa di una persona di quel paese, Che era uomo assai in vista e conosciuto: Guglielmo Colombini, "fascista della prima ora", scomparso, "misteriosamente", all'età di 31 anni.  Ma lasciamo che, a parlare, sia quella lapide, così come, nel dolore, fu scritta:
"Pio Guglielmo Colombini, Capo centuria giovani fascisti, Fiduciario Uff. Collocamento, fascista milite della prima ora, la sera del 2 febbraio misteriosamente scomparso nelle acque del Serchio, 75 giorni dopo fu restituito, sposa madre fratello e parenti inconsolabili lo piangono, amici e camerati lo ricordano, 1905 - 1936". Anche per Colombini, in paese, si pensò ad un regolamento di conti politico, come accadrà un anno dopo per il Giorgi di Anchiano, ma l'oblio sopraggiunse. Secondo l'atto di morte, redatto presso il Comune di Borgo a Mozzano, il corpo del Colombini fu ritrovato in data 19 aprile 1936 in località Piaggione.             

Finita la guerra le fortificazioni della linea gotica, le gallerie e i camminamenti costruiti dall’ottobre 1943 fino all’agosto 1944, erano diventati ricettacolo di rifiuti o rifugi improvvisati per sbandati o, addirittura, per gli assassini della così detta “banda Fabbri”, che seminò paura sui nostri territori nei primi mesi del dopoguerra. All'inizio degli anni ’60, allo scopo di eliminarne i pericoli,  le gallerie furono addirittura murate, per interdirne l’accesso. Solo alla fine degli anni ’90 del XX secolo,  ricordo bene il periodo perché ero Sindaco, si cominciò a lavorare, sollecitati da brave persone di buona volontà, tra Comune e Comunità Montana, per realizzare un progetto di recupero e valorizzazione delle fortificazioni, da cui nacque il “Comitato Linea Gotica” che tanto si è impegnato e si impegna per quel fine, che ha portato alla riapertura dei siti storici ed anche alla creazione del “Museo della Memoria”.

Ma nell'oblio era caduta anche l' uccisione, in uno scontro con i tedeschi, del partigiano  ventottenne Pietro Pistis, avvenuta nel giugno 1944 nei pressi di Borgo a Mozzano, e la morte di Amato Terzini  e di Martina Metalori, uccisi dai tedeschi a Partigliano nel settembre 1944. Anche l'uccisione, ad opera di un soldato tedesco di Luigi Meconi, mentre si trovava a lavorare nella sua vigna, dietro la scuola elementare di Valdottavo, ignaro del pericolo, è stata ricordata dalla figlia Maria, sposata Grandi, in un opuscolo dal titolo "27 Settembre 1944, La fine di un incubo", stampato dalla Tipografia Amaducci solo nel novembre 2003.

C'è anche una storia, davvero tragica e inquietante, avvenuta in un metato nei boschi di Motrone, in località Picchiaia, nel freddo inverno 1944/1945, sulla quale ho cercato notizie, trovando oblio e una sorta di bonaria omertà. Il paese di Motrone, oggi ricompreso nel territorio del Comune di Borgo a Mozzano, all'epoca dei fatti apparteneva al Comune di Pescaglia. Si dice che i coniugi Zanobi e Teresa Lazzari, nel momento del passaggio del fronte, siano stati uccisi da soldati di colore, e che Teresa sia stata violentata prima di essere uccisa. Il tutto avvenne davanti agli occhi del loro figlio, Alvaro Lazzari, che letteralemnte "impazzi" per quanto aveva visto e fu internato in un istituto fino alla morte. Alvaro, accanto ai genitori uccisi, fu trovato dalla gente di Motrone a fatto avvenuto nel metato dove vivevano.

Chissà quanti altri episodi, che non conosco, sono accorsi dall'una parte o dall'altra...                                     
Ma torniamo ai “fatti di Valdottavo del 22 maggio 1921” e all’uccisione di due giovani fascisti lucchesi, entrambi studenti universitari, che divennero “i martiri di Valdottavo”, per cui si realizzarono monumenti e si intitolarono luoghi simbolo (a Lucca il grande piazzale antistante la porta S. Maria, oggi ribattezzato “piazzale martiri della libertà”, portava la denominazione di “piazzale martiri di Valdottavo”).
Di certo nell’immediatezza degli eventi la cosa “bruciò” ai fascisti e agli antifascisti. Furono svolte indagini da parte dei “Carabinieri Reali” che, già pochi giorni dopo l’eccidio”, identificarono i possibili esecutori e fiancheggiatori. Ci fu il processo e ci furono condanne che, di sicuro, divisero la comunità di Valdottavo tra colpevolisti ed innocentisti, come sempre accade. Degli indagati, degli arrestati e dei condannati per l'attentato, nessuno, in maniera eclatante, come sarebbe potuto tranquillamente accadere,  si dichiarò eroe dell’antifascismo, come nessuno si dichiarò vittima del fascismo; cosa che sarebbe stata possibile nei diversi momenti storici, con scenari assai diversi; nè, su quell'episodio, ci furono mai strumentalizzazioni politiche.

Di quel fatto storico, ritenuto da molti controverso e oscuro, ho cercato di raccogliere più notizie possibili e documenti; primo fra tutti la relazione che i Carabinieri Reali - vedi punto 2 - presentarono al Prefetto di Lucca dopo appena cinque giorni dall'agguato (la relazione è infatti datata 27 maggio 1921). Significativo mi appare il resoconto del giornale "L'Intrepido" (settimanale dei fasci di combattimento di Lucca e Pisa) - vedi punto 3 - uscito in edizione straordinaria il 25 maggio 1921, perchè offre un racconto "a caldo" dei fatti, nell'assoluta immediatezza degli eventi.

Il tutto mi fa apparire plausibile l'ipotesi che un gruppo di antifascisti valdottavini abbia voluto reagire alla manifestazione di costituzione del Fascio nella valle della Celetra, dando una lezione ai fascisti che rientravano a Lucca a bordo del camion. Quella che pei coraggiosi, sprezzanti e determinati giovani antifascisti doveva essere solo "una scarica di pietrate", forse per fatalità impreviste, si trasformò in un eccidio, con due giovani vite stroncate e diversi feriti anche gravi. I Carabinieri nell'immediatezza delle indagini arrestarono 13 persone e ne indagarono sicuramente altre. Sotto processo andarono solo in tre (Giannarini Achille, Della Nina Cesare e Ramacciotti Amadeo) che furono condannati a varie pene detentive. Uno solo, Achille Giannarini (classe 1890), quello che aveva annunciato, nell'osteria di Ida Bianchini, "una scarica di pietrate" per gli avversari politici, sarà condannato all'ergastolo e morirà durante la detenzione nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino. Cesare della Nina (classe 1895), condannato a 12 anni tornerà a Valdottavo nel 1932. Amedeo Ramacciotti (classe 1893), condannato a 16 anni, scarcerato nel 1936 rientrerà anch'egli a Valdottavo (queste ultime notizie le ho tratte da un libro del valdottavino prof. Claudio Ferri pubblicato nel 2005).

Indubbiamente, sull'intera vicenda, pesano i veleni che furono sparsi contro Carlo Scorza, e i dubbi che assalirono gli stessi familiari dei due caduti nell'agguato di Valdottavo. Veleni e dubbi che, forse, determinarono il mancato transito del Duce sulla via Lodovica e la mancata sosta al monumento che ricordava l'eccidio il giorno in cui Mussolini (era il 15 maggio 1930) si recò a Barga, Fornaci di Barga e Castelvecchio Pascoli. A Borgo a Mozzano si fermo due volte per salutare la gente assiepata lungo la strada (al "ponte del diavolo" all'andata e al "ponte pari" al ritorno). 

Per quanto riguarda le responsabilità che si è tentato di imputare a Carlo Scorza per l'eccidio di Valdottavo, il ricercatore e storico Carlo Rastrelli, autore del volume Carlo Scorza. L’ultimo gerarca (Mursia, pagg.264), la prima biografia dell’ultimo segretario del Partito Nazionale Fascista, a proposito dell’episodio di Valdottavo, scrive espressamente: “L’episodio di Valdottavo presentò indubbiamente dei lati oscuri mai definitivamente chiariti. Nel maggio del 1921 tuttavia divennero frequenti e sempre più violenti gli scontri tra i fascisti ed i “rossi”. Premesso che nessun valore sul tema può essere attribuito all’indagine condotta nel 1932 dall’on. Ranieri su ordine di Starace, perché finalizzata a distruggere politicamente il ras lucchese, l’ipotesi più credibile resta, a mio avviso, quella dell’agguato avversario. È difficile credere che Scorza, presente su quel camion precipitato nella scarpata a seguito del lancio di massi, abbia rischiato la propria vita e determinato la morte ed il ferimento di alcuni dei suoi “camerati” al solo fine di determinare il pretesto per ulteriori e più violente reazioni squadriste”.

Gabriele Brunini - Settembre 2018

1) I FATTI DI VALDOTTAVO NELLA MONUMENTALE "STORIA DELLA RIVOLUZIONE FASCISTA"

Sono andato, per prima cosa, a consultare la monumentale opera di Giorgio Alberto CHIURCO dal titolo "STORIA DELLA RIVOLUZIONE FASCISTA" - Vallecchi Editore Firenze - edita nel 1929, che qualche anno fa acquistai, in una edizione originale dalla Libreria Pera di Lucca. A pag. 309 del III volume un capitolo è intitolato "L'orrore di Valdottavo (Lucca)".
Questo il testo:
22 maggio (1921) - A Valdottavo, piccolo paese a 8 km. da Lucca era giunto un camion di 22 fascisti al comando del cap. Carlo Scorza per la costituzione del Fascio; di ritorno a Lucca il camion, giunto in prossimità delle Cave dette di Sesto e Rivangaglio, da un'altezza di 50 metri a picco sulla strada è fatto bersaglio a 5 o 6 massi ciascuno di vari quintali; un macigno (1) in rincorsa battendo su una roccia sporgente per la china del monte, facendo una parabola,  piombò sul camion e prese in pieno Giannini Gino, stud, univ. in Chimica pura, già diplomato in fisic-matematica, nato a Lucca il 12 marzo 1898, ex combattente, e lo maciullò; Degl'Innocenti Nello stud. univ. fu anch'esso colpito al capo e cadde morto sotto il macigno; rimasero feriti Ballerini Felice colpito alla testa dal blocco omicida, Aldo Mandoli, Aldo Baralla, Benedetti Guido e Carlo Scorza; lo chaffeur fermò di colpo la macchina; mentre avveniva tale imboscata, a Ponte a Moriano, presso la località "la Torretta" si stava preparando un altro agguato qualora i fascisti fossero scampati dal primo a Valdottavo. Il vice commissario di pubblica sicurezza Pannunzio potè arrestare i capeggiatori dell'imboscata nelle persone di Petrucci Carlo, Malerbi Luigi e Cresci Alberto.

Il libro del Chiurco pubblica, al termine del testo, l'elenco dei Fascisti che parteciparono all'impresa di Valdottavo (Lucca): Nello Degl'Innocenti, ucciso, Gino Giannini, ucciso, Aldo Baralla, ferito, Felice Ballerini, ferito, Aldo Mandoli, ferito, Benedetti Guido, ferito, Carlo Scorza, ferito, Lorenzo Grossi, Renato Benedetti, Pietro Degl'Innocenti, Luigi Matteucci, Vittore Tattara, Vittorio Mandoli, Lelio Mandoli, Gino Grazioli, Girolamo Benesti, Elia Giusti, Alfredo Micheletti, Carlo Marraccini, Carlo Evangelisti, Umberto
Davini.


2) I FATTI DI VALDOTTAVO DEL 1921: IL RAPPORTO DEI CARABINIERI REALI

Un documento che ritengo fondamentale per fare chiarezza sulle responsabilità dell’eccidio è il rapporto che i Carabinieri Reali della Divisione di Lucca fecero al Prefetto della città pochissimi giorni dopo i fatti, avvenuti il 22 maggio 1921 “a Cava Barandi”. Il rapporto, redatto da un Capitano della Divisione è datato 27 maggio 1921 e un timbro a datario attesta che fu ricevuto dalla Prefettura in data 28. Ritengo fondamentale il rapporto perché è impossibile, a mio avviso, che nello spazio di pochissimi giorni il rapporto dei Carabinieri e le relative indagini possano  essere state condizionate e stravolte da un Carlo Scorza coinvolto, fisicamente ed emotivamente nel grave fatto di sangue, che aveva visto la morte di due giovani studenti universitari (Giannini e Degl’Innocenti) e la mutilazione del Baralla, oltre al ferimento di altri fascisti che erano sul camion della tragedia.
Ecco dunque il testo integrale del rapporto dei Carabinieri, di cui pubblico nelle “immagini” di questa pagina le copie in originale:
Ill.mo Sig.Prefetto di Lucca - Mi pregio riferire alla S.V. Ill.ma a seguito del foglio n. 253, del 23 and. Che dalle indagini state praticate in merito al delitto in oggetto, vennero a emergere sui seguenti individui di Valdottavo indizi di partecipazione al delitto stesso o sospetti per altro motivo, per cui è stato proceduto al loro arresto. 1°) Giancarini (Giannarini) Achille di Innocenzo di anni 31. E’ accusato da Ramacciotti Giuseppe di aver detto in giorno non precisato nel caffè di ida Bianchini in Valdottavo “se vengono i fascisti gli faremo una scarica di pietrate”; sarebbe inoltre stato visto dal Ramacciotti mezz’ora prima del fatto salire per un sentiero sul poggione delle Calatra (Celetra) in direzione del luogo ove avvenne l’imboscata. Si è allontanato dal Teatro  di Valdottavo ove fu tenuto il comizio subito dopo i discorsi dei due primi oratori. 2°) Ramacciotti Giuseppe di Michele d’anni 36. Un giorno parlando con certo Grandi Giuseppe, che gli disse scherzando che se fossero venuti i fascisti lo avrebbero ammazzato rispose: “ci armeremo anche noi in una quarantina. Vogliamo vedere se siamo buoni  a difenderci”. Il medesimo è caduto in molte contraddizioni. Indiziato anche lui. 3°) Tassani Nello di Carlo, d’anni 23. 4°) Andreuccetti Alberto di Albino, d’anni 22. Si sono ambedue recati  a Domazzano il giorno 22 prima del fatto. Caduti in contraddizioni. Non hanno saputo spiegare esaurientemente la loro presenza colà. 5°) Tassani Alfredo di Carlo, d’anni 18. Si è recato a Domazzano poco dopo il fratello Nello suddetto. Non ha saputo esaurientemente spiegare la sua presenza colà. Cadde in varie contraddizioni. 6°) Tomei Omero di Silvio, di anni 23. E’ nepote del Ramacciotti. Potrebbe fornire indizi ma si è mostrato (la frase non è completata) 7°) Mezzetti Antonio fu Felice di anni 23. 8°) Bertolacci Angelo di Carlo di anni 23. Ambedue si sono recati circa le 13 a pescare lungo il fiumicello che viene da Varano al Ponte della Celetra da cui è possibile vedere il luogo donde vennero lanciate le pietre. Caduti in molte contraddizioni. Non si esclude abbiano potuto segnalare dal basso il passaggio del Camion. 9) Tosi Giuseppe di Oliviero di anni 18. 10) Tosi Italo di Oliviero di anni 21. Sono dal Ramacciotti predetto accusati di aver ricevuto il mercoledì prima del fatto due comunisti di Ponte a Moriano coi quali si sarebbero trattenuti fino alle 24. Caduti in contraddizioni. Tosi Italo si è recato al Piaggione verso le 15 del 22 andi, dichiarò di essersi recato presso tale Bernocchi Prezioso. Non giustificata sufficientemente la sua presenza colà e presso l’amico. 11°) Filippi Stefano fu Ferruccio, d’anni 28, detto il “Pisa”. 12°) Salsini Natale di Eugenio, danni 30. Mentre i fascisti si trovavano in Valdottavo erano in fondo al paese nell’Osteria di Vittoria Lumini che trovasi sulla strada, di fronte al poggione della Celetra. Riscontrate contraddizioni fra le loro dichiarazioni e quelle della padrona del locale. Avrebbero visto, stando nell’Osteria, passare il Camions coi fascisti di ritorno e pronunziato tra loro la frase: “è andato via”. Il Salsini Natale a certa Italia Perfetti (forse Profetti)  che incontratolo pel paese gli domandò come stesse gli rispose: “Io sto bene ma qualcuno potrebbe star male”. Il Filippi è amico inseparabile del Salzini. Certo Rela Dalmazi, che poi l’ha negato, avrebbe detto che ambedue erano entrati trafelati circa le 19 in detta osteria 0provenienti dal basso. 13°) Gori Augusto fu Luigi, d’anni 34, detto il “Pisa”, è indicato dalla voce pubblica in rapporto col Salzini e il Filippi. I suddetti vennero arrestati nella notte dal 22 al 23 e nella giornata del 23 andi. Il Salzini Natale sfuggito alle ricerche nella notte 22 e 23 andi si presenttò all’Arma di Borgo a Mozzano alle ore 17 del giorno 23. Sono stati rinchiusi nelle Carceri di Lucca a disposizione dell’Autorità Giudiziaria. Si sta attualmente ricercando certo Luppio Umberto dettto lo “seramisco” pel suo mestiere, girovago, che Vittoria Lumini dice che, entrato tuttto scalmanato nel suo locale verso le 19, dopo che si era saputo del delitto, e che dopo aver gironzolato per la stanza se ne andò senza proferir parola e senza chiedere neanche da bere, tanto che la medesima ebbe subito un po’ di sospetto. Il medesimo transitò il mattino del 23 per Ponte a Moriano, Vinchiana, Piaggione per località imprecisata. La sera in cui avvenne il delitto di cui trattasi, poco distante da Ponte a Moriano, venne trovata la strada sbarrata da grossi sassi e dal V. Commissario Dott. Sergio Pannunzio, come dal Comandante la Stazione di Ponte a Moriano si ritenne che tale sbarramento fosse stato fatto per preparare un’altra imboscata e vennero pertanto tratti in arreesto i sottonotati 14 individui di Ponte a Moriano che sono i comunisti ed anarchici più in vista del luogo. 1°) Mazzi Francesco di Ermenegildo,  di anni 28,  nato a Saltocchio domiciliato a S. Stefano di Moriano. 2°) Guidotti Giuseppe (Teocle) di Angelo, nato il 1897, residente a Ponte a a Moriano. 3°) Dinelli Ivo di Raffaello, di anni 24, nato a Ponte a Moriano ivi domiciliato. 4°) Bernacchi Enrico di Alberto, di anni 29, nato a Pescia e residente a S. Giusto di Brancoli. 5°) Cresci Alberto di Antonio, di anni 36, nato a Viareggio e residente a Ponte a Moriano. 6°) Petrucci Carlo fu Annibale, di anni 39, nato a Viareggio e residente a Ponte a Moriano. 7°) Malerbi Luigi fu Giovanni, di anni 55, nato ad Aiaccio e domiciliato in Ponte a Moriano. 8°) Dinaso Oreste fu Giuseppe, di anni 34, nato a Bagni S. Giuliano, domiciliato a S. Stefano. 9°) Chiavacci Alberto fu Marcello, di anni 29, nato a Pescia, domiciliato a Saltocchio. 10°) Torricelli Carlo fu Ambrogio, di anni 49, nato a Savona, domiciliato a Saltocchio. 11°) Casanova Raffaele fu Luigi, di anni 50, nato a Fagnano domiciliato a Saltocchio. 12°) Venturi Emilio fu Fedele, di anni 54, a Zola Predosa e domiciliato a Saltocchio. 13°) Donnini Pietro fu Goffredo, di anni 31, nato a Ponte a Moriano e domiciliato a Saltocchio. 14°) Donati Guglielmo fu Donizio, di anni 43, nato e domiciliato a Saltocchio. La relazione è firmata da un Capitano dei Reali Carabinieri, per conto del Maggiore Comandante la Divisione.

3) IL RESOCONTO DEL GIORNALE "L' INTREPIDO", SETTIMANALE DEI FASCI DI COMBATTIMENTO, USCITO COME NUMERO STRAORDINARIO IL 25 MAGGIO 1921

E' interessante leggere il numero straordinario del settimanale "L'Intrepido", settimanale dei Fasci di Combattimento di Lucca e Pisa, uscito come "numero straordinario pro famiglie delle vittime" il 25 maggio 1921, appena tre giorni dopo l'eccidio. Nella prima pagina sono riportate le foto di Giannini e Degl'Innocenti ed il titolo è "GLORIA AI MORTI PER LA PATRIA IMMORTALE - MALEDIZIONE PER I VILI ASSASSINI". Sotto le foto un ricordo dei due caduti: quello di Gino Giannini a firma G.P. e quello di Degl'Innocenti a firma di Alfredo Micheletti. E' nel testo del Micheletti che si entra nei fatti accaduti: "...Ed anche ieri (terribile 22 maggio!!) partimmo da Lucca col sorriso sulle labbra e la gioia nel cuore perchè troppo era nobile la missione che andavamo a compiere. Mentre i nostri inni salivano al Cielo e contenti accingevamoci al ritorno alla natia città, le belve dall'alto della loro tana, scagliarono il vile ordigno di morte. Il pesante masso, colpì con fragore il camion, e la tua vita assieme a quella di un altro caro nostro compagno, fu barbaramente troncata. Il fratello tuo, accorso desolato al tuo fianco, fece appena in tempo a raccogliere il tuo ultimo sguardo, il tuo ultimo anelito, poi il nero sudario della morte chiusesi su te....".
Nelle pagine interne del giornale c' è poi un resoconto dei fatti a firma "Della Maggiora", dal titolo "LA GITA DI PROPAGANDA - LA FESTOSA ACCOGLIENZA DI VALDOTTAVO - IL TRAGICO RITORNO", di cui riporterò i passi più interessanti: "Alle 15 di Domenica da fuori Porta Elisa un gruppo di 22 fascisti agli ordini del Segretario Politico, su di un camion, partivano alla volta di Valdottavo. Precedeva il camion una piccola macchina con altri quattro fascisti. Scopo della gita la fondazione di una sezione dei Fasci di Combattimento a Valdottavo, in seguito ad accordi presi coll'esistente Comitato locale. La gita di andata fu una delle più deliziose lungo la via soleggiata fra il verde lussureggiante dei campi e dei monti ed il nastro d'argento delle acque del Serchio operoso. L'arrivo dei gitanti a Valdottavo fu dei più festosi. Il paesello era agghindato a festa. Una gloria di bandiere che dappertutto garrivano al sole primaverile; gli abitanti tutti sulla via principale salutarono con evviva e battimani la piccola schiera dei pionieri che appena giunta si formò in plotone ed al canto di Giovinezza attraversò la via principale del paese fra il generale entusiasmo. Dopo una breve sosta fatta nel caffè "Ritrovo degli amici" i gitanti preceduti dal comitato locale composto dai Signori: Mezzetti Alessandro, Maffei Almiro, Santini Luigi, si diressero al Teatro C. Colombo designato per la riunione di propaganda. Ben presto il teatrino si riempì. Fra gli intervenuti notammo il Dottor E. Giusti, Maestri Pierotti, Mezzetti Marco, Santini Giorgio............Luigi, Semplice Ottavio, Salani Edoardo, Ferretti Oreste e molti altri. Anche molte signore e signorine presero parte alla cerimonia; notammo le signorine Maffei, Leonello e Mezzetti e molte popolane che con vero compiacimento ostentavano un nastrino tricolore che ornava il loro giubbetto. Fattosi un religioso silenzio il Sig. mezzetti del Comitato locale presentò con acconce parole il fascista mutilato di guerra e decorato con medaglia d'oro Dario Vitali, il quale con parola alata rievocò l'opera del soldato italiano....Prese quindi la parola l'ex combattente Bolognesi Ugo, decorato con due medaglie d'argento, già tenente dei bombardieri. Il fascista Bolognesi trattò molto profondamente la questione religiosa che non può nè deve dissociarsi dall'amor patrio...Trattò anche della necessità della formazione dei sandacati agricoli economici. Ultimo oratore fu il Segretario Politico del Fascio di Lucca Scorza Carlo ex combattente, tenmente del 6° reparto di assalto decorato con quattro medaglie e parecchie altre onorificenze. L'oratore fju breve e conciso: illustrò lo scopo dei Fasci....Chiuse il suo dire conciso e suadente con un alato inno di pace, d'amore e di fede che ai buoni villici fa infiorire le cappelle votive che si incontrano lungo le vie campestri:...Fra evviva l'italia ed il fascismo la riunione si sciolse nella più perfetta cordialità. I preparativi di partenza furono brevi in quell'ambiente pieno di affettuosità riconoscente e di promesse lusinghevoli, mentre poco lungi, belve dal sembiante umano nel bieco agguato spiavano il momento propizio per seminare la strage in quel pugno di giovani vite piene di fede e di rosee speranze. Gli ultimi Alalà echeggiarono per il silenzio dei campi e le macchine rombanti partirono verso il destino, verso l'ignoto".
Inizia a questo punto il capitolo del giornale intitolato "L'agguato": 
"La prima vettura riprese la via che porta ai Bagni di Lucca, la seconda, il camion col prezioso carico si diresse verso Diecimo, verso l'agguato. Il camion giunto nella prossimità delle cave di Sesto dove la strada è dominata dal monte tagliato a picco, fu investito da una terribile raffica di macigni rotolanti dal....l'altezza di un centinaio di metri cadevano come bolidi; uno di questi, del peso di qualche quintale, investì il camion maciullando due fascisti, Giannini Gino e Delli Innocenti Nello e ferendone gravemente tre: Ballerini Felice, Mandoli Aldo e Baralla Aldo. Superato il primo momento di sorpresa, i fascisti rimasti incolumi saltarono a terra mentre il camion colcarico di dolore e morte si dirigeva verso il paese di Diecimo. Quì furono apprestati i primi soccorsi, intanto veniva telefonato a Lucca da dove partiva d'urgenza il carro automobile della Misericordia che provvedeva al trasporto di urgenza dei feriti più gravi all'ospedale civile di Lucca. Anche su questo trasporto che la pietà cittadina offre a chiunque, delle belve umane nascoste tra i cespugli tiravano colpi di rivoltella, fortunatamente senza conseguenze dolorose. I fascisti rimasti incolumi agli ordini del segretario politico senza perdere tempo cercarono di scoprire gli autori di tanto efferatoeccidio mentre da Lucca giungevano comions di carabinieri, guardie regie e fascisti che tutti insieme fecero una vera battuta notturna scoprendo ed arrestando nelle loro case noti comunisti e persone militanti nei partiti estremi. Mentre con la morte nel cuore i nostri amici cercavano di assicurare alla giustizia gli autori della strage, verso le 21 giungeva a Lucca il camions con le due vittime.
Le due care giovinezze spezzate erano sul piano del camion coperte di fiori, presso di loro spiccava funebre il macigno omicida tutto chiazzato di sangue. Il lugubre carro lentamente traversò la città terrificata dalla notizia malvagia e sostò in piazza Napoleone, indi circondato da fascisti e preceduto da una bandiera abbrunata raggiungeva la sede del Fascio. In un attimo la città piombò nel lutto più sincero. Fu sospesa la Fiera di Beneficenza ed il Festival che si svolgevano nel Cortile degli Svizzeri. Spontaneamente la compagnia Tumiati che agisce al Giglio sospese la rappresentazione, si chiusero i caffè i bars, le bettole i restaurants, la festa famigliare alle Filocaristiche. Ovumque si sentivano rimpianti per le giovani vittime, maledizioni per i traditori della Patria, per i seminatori dell'odio....".

Le salme furono composte nella sede del Fascio e tutti inviarono fiori. Le salme "amorevolmente guardate da squadre di fascisti"  rimasero nella sede del Fascio fino al lunedì mattina, allorchè furono trasferite nella camera mortuaria del Regio Ospedale Civile di Lucca (in via Gallitassi). I funerali si svolsero il giorno 25 maggio, data nella quale venne distribuito il giornale "LIntrepido".

4) I FATTI DI VALDOTTAVO NELLA RICERCA DELLO STORICO NICOLA LAGANA'

Un altro documento consultato è un lungo articolo di Nicolà Laganà, storico lucchese, pubblicato su "Quaderni di Farestoria"  Anno XIII – N. 2-3 maggio - dicembre 2011, rivista dell' Istituto Storico della Resistenza e dell'età Contemporanea in Provincia di Pistoia, dal titolo: I fatti di Valdottavo: Un esempio della strategia della tensione applicata da Carlo Scorza nella Val di Serchio. Il testo del Laganà, al di là della documentazione presentata, è caratterizzato da una precisa e voluta scelta di campo "antifascista" che, come vedremo, è spesso enfatizzata dal Laganà stesso. Con il lungo testo lo storico vuole dimostrare che l’attentato di Valdottavo fu una provocazione degli stessi fascisti per farne ricadere la colpa sugli avversari politici. Il Laganà, nel suo articolo, ha scritto  di diversi accadimenti del periodo dei fatti di Valdottavo (1921). A parte il primo capitolo sulla nascita del fascismo a Lucca, in questa sede riporterò solo i capitoli collegati all' attentato che costò la vita a due giovani fascisti lucchesi. 
Ma seguiamo il testo di Nicolà Laganà.

Il primo argomento riguarda la "Nascita del fascismo a Lucca ed inizio della carriera politica di Carlo Scorza". 
L' autore cita lo storico Giuseppe Pardini il quale ha sostenuto, nei suoi scritti, che a Lucca il fascismo nacque ufficialmente il 26 ottobre 1920, quando il movimento iniziò la sua espansione nell’Italia centro–settentrionale, in un periodo di forte tensione politica e sociale (vedi “biennio rosso”). Esso trovò molti adepti soprattutto nell’ambito della borghesia (reduci e/o studenti medi o universitari), della aristocrazia cittadina e dei ceti medi della campagna circostante, di fronte all’avanzata dei partiti di massa (socialista e cattolico) ed alla diffusione di leghe bianche e cooperative rosse. Il fascio di combattimento di Lucca unì i “fiumani”, rappresentati dallo studente universitario Nino Malavasi, ed i borghesi, guidati dal farmacista Baldo Baldi, che erano in contatto da mesi con il fascio milanese. Il primo presidente fu il col. Umberto Minuti, il segretario Goffredo Pieri, il vicesegretario Vincenzo Schettini ed i consiglieri Mario Guidi, Enzo Battistini, Dario Vitali, Baldo Baldi e Nino Malavasi. Inizialmente essi non suscitarono particolari timori nei loro avversari, che, molto probabilmente, li sottovalutarono e si accorsero del pericolo soltanto dopo alcuni mesi. Prima della fine dell’anno questo piccolo gruppo fondò anche il giornale “L’Intrepido”, organo del Fascio di Combattimento (il cui primo numero ufficiale risale al 5 dicembre 1920), dal motto “Ardisco non Ordisco”. Gli artefici di questa operazione furono il Malavasi ed il Vitali, ai quali si affiancò poi il fiumano moderato Anatolio Della Maggiora e, solo più tardi, Carlo Scorza.
Il Laganà scrive che Il primo episodio veramente grave, che mise in luce la pericolosità di questo gruppo estremista, il quale faceva della violenza l’arma fondamentale contro i cosiddetti “sovversivi”, avvenne il 14 dicembre 1920 nella piazza lucchese di S. Michele in Foro, durante un comizio dell’on. socialista massimalista Lorenzo Ventavoli, originariodi Monsummano (allora nella Provincia di Lucca, poi in quella di Pistoia). Squadre di fascisti lucchesi, pisani e senesi, che si erano presentate inquadrate ed armate in piazza, interruppero il comizio, e, fiancheggiate in questo dal drappello dei carabinieri, spararono all’impazzata contro i presenti, causando la morte di 2 persone (l’industriale Valente Vellutini ed Angelo Della Bidia) ed il ferimento di un’altra ventina. Dopo questo drammatico avvenimento, Carlo Scorza (tipico esempio dell’ala dura del movimento) iniziò la sua ascesa all’interno del fascio locale, che trasformò in un piccolo esercito pronto a scatenare la guerra civile, già prima di arrivare al vertice politico dello stesso. Parlando di Carlo Scorza, il Laganà afferma che egli era nato il 15 giugno 1897 a Paola (CS), da Ignazio e Gennarina Iacopini. A 15 anni si era trasferito a Lucca (in Corte Portici, n. 7), presso il fratello Giuseppe, impiegato dell’Agenzia delle Imposte Dirette, ed aveva studiato ragioneria nell’Istituto “F. Carrara”. Scoppiata la Prima guerra mondiale, partì volontario nel 1916, fece carriera tra gli arditi e guadagnò anche delle medaglie d’argento e di bronzo al valore. Smobilitato nel 1920, rientrò a Lucca verso la fine dell’anno, si diplomò in ragioneria ed iniziò la sua carriera politica da vero e proprio “ras”, rispettato dai suoi seguaci e temuto dagli avversari.

Il secondo capitolo trattato dal Laganà si intitola: "La primavera del 1921 e l’uccisione di Tito Menichetti a Ponte a Moriano". Episodio avvenuto il 25 marzo 1921, quando fu ucciso un giovane fascista pisano. Ma ecco cosa scrive il Laganà:  “Una “squadra punitiva”, composta da fascisti lucchesi e pisani, fece una spedizione a Ponte a Moriano, dove compì vari atti violenti contro gli operai del luogo; ma un ex-ufficiale, il pisano Tito Menichetti, rimasto a presidiare un camion bloccato da un’avaria, fu ucciso dal ferroviere Giuseppe Neri (originario di Castagneto Carducci, Livorno), il quale voleva vendicare i soprusi fatti a suo padre. Fu questo, prosegue il Laganà, il primo dei cosiddetti “martiri fascisti.

Il terzo capitolo il Laganà lo dedica, finalmente, all' "L’eccidio di Valdottavo", argomento che sto trattando in questa sede. 
Scrive lo storico lucchese: Ma il culmine della strategia della tensione, alla quale ricorse quasi sempre lo Scorza, fu quella del presunto “Eccidio di Valdottavo”, operato a suoi dire, dagli antifascisti del paese. Il 22 maggio 1921, alle ore 15, «[...] dalla sede del Fascio in Piazzetta S. Leonardo [Lucca] partiva un camion [di proprietà degli squadristi Berti Attilio e Alfredo di Saltocchio] con 18 (o 22) squadristi diretti alla volta di Valdottavo per assistere alla costituzione del Fascio. Non andavano per una delle solite spedizioni punitive, ma bensì a portare la parola dell’amore e della fede, ad edificare in quel piccolo centro un altro faro luminoso che irraggiasse intorno il nuovo verbo.» In questi termini grondanti retorica si esprimeva, a distanza di circa 12 anni, Aldo Mandoli, uno squadrista che aveva partecipato alla spedizione ed era rimasto gravemente ferito durante la “presunta imboscata” degli antifascisti.
Ma alla “gita”, come veniva chiamata dai fascisti, partecipavano altri 4 uomini, arrivati a bordo di un’automobile, mentre altri 4, si erano portati (forse con lo stesso camion) sul luogo dell’agguato, oppure lo avevano raggiunto in precedenza.
Valdottavo, a circa 12 km. da Lucca, è una delle più importanti frazioni del Comune di Borgo a Mozzano (LU) lungo il fondovalle del torrente Cèletra, affluente di destra del fiume Serchio. Fino al termine del secolo XIX essa aveva un’economia essenzialmente agro–pastorale e contava soltanto qualche piccolo impianto industriale, legato strettamente alle attività primarie. Ma la fondazione del Cotonificio del Piaggione sulla riva opposta del Serchio, da parte della Società del Credito Industria Nazionale (al posto della quale subentrarono ben presto gli industriali genovesi Stefano Sciaccaluga ed Andrea Croce) offrì anche a Valdottavo nuove possibilità di lavoro, anche se retribuito poco e con orari di ben 10-11 ore (dall’alba al tramonto), sia per le donne, che per gli uomini ed anche per i bambini e le bambine.

Nel corso della grave crisi economico–sociale del primo dopoguerra, gli operai si organizzarono e, come ha scritto Claudio Ferri, «[...] fra il 1919 e il 1921 si sviluppò fiorente anche a Valdottavo il Partito Socialista e, dopo il congresso di Livorno del gennaio 1921, anche il nuovo Partito Comunista …». Ma i loro avversari, in maggioranza d’estrazione contadina e di tendenze conservatrici, capeggiati dai borghesi Silvio Mezzetti (“Tato”) e da Alessandro Mezzetti (“il Centurione”), risposero fondando un gruppo fascista, il quale avrebbe partecipato alla “Marcia su Roma” con ben 36 uomini; e, pochi anni dopo, avrà un ruolo fondamentale nell’imporre lo scioglimento della Amministrazione comunale antifascista di Borgo a Mozzano, l’ultima della Provincia. Esso era particolarmente numeroso, tanto che all’inizio del settembre del 1921, Alessandro Mezzetti dichiarò che contava già ben «[...] 60 inscritti di qui [sic] 56 agricoltori e 4 piccoli possidenti». Quest’ultimo, per il pomeriggio di domenica 22 maggio 1921, aveva riunito quasi tutto il paese presso il teatro “C. Colombo”, per festeggiare la “fondazione di una sezione dei Fasci di Combattimento”, ed aveva invitato anche i dirigenti lucchesi.
Costoro erano giunti in paese ed avevano sfilato al canto di Giovinezza, Poi erano stati accolti dal comitato paesano (rappresentato da Alessandro Mezzetti, Almiro Maffei e Luigi Santini), che li aveva accompagnati al teatro dove erano presenti i notabili locali. Doveva essere presente, suo malgrado, anche il pievano, don Adolfo Pellegrini, che guidò la parrocchia fino al 1964, ed ebbe alcuni screzi con i fascisti (vedi: benedizione dei gagliardetti). Tra la folla c’erano anche gli “oppositori”, poiché, come ha scritto Claudio Ferri, «[...] erano presenti a questa assemblea, me lo raccontò personalmente alcuni anni prima che morisse, uno dei capi fascisti del tempo, il sopra nominato Silvio Mezzetti, detto Tato, anche i tre Valdottavini, che poi furono ingiustamente accusati del crimine dopo la fine dell’assemblea. Essi erano Cesare Della Nina, Amedeo Ramacciotti e Achille Giannarini. Lo stesso Mezzetti, che pure aveva interesse a mantenere come accertata la loro colpevolezza, mi disse che questi avevano lasciato l’assemblea solo un po’ prima che finisse.»
Dopo le presentazioni, intervennero il ten. Dario Vitali (invalido e medaglia d’oro al valore militare) e il ten. dei bombardieri Ugo Bolognesi (medaglia d’argento), che rievocarono la guerra vittoriosa del ’15-’18, i meriti del fascismo ed i rapporti con la religione. Infine Scorza (segretario politico del fascio lucchese) concluse la cerimonia con un suo discorso, così condensato dal periodico del suo partito: «[...] L’oratore fu breve e conciso; illustrò lo scopo dei Fasci, la sua opera altamente italiana, gli scopi di rigenerazione e ricostruzione, l’emancipazione delle classi lavoratrici dal giogo demagogico, la vera elevazione spirituale e materiale del proletariato della città e dei campi [e] invitò tutti ad iscriversi nei fasci. Chiuse il suo dire conciso e suadente con un alato inno di pace, d’amore e di fede come la fede che ai buoni villici fa infiorire le cappelle votive che si incontrano lungo le vie campestri.» Poi, verso le ore 17.20, per suo ordine, l’automobile con 4 fascisti (compresi Dario Vitali e Ugo Bolognesi) rientrò a Lucca, passando da Borgo a Mozzano e dalla via dell’Abetone e del Brennero, poiché sarebbe stata più facilmente danneggiata dai massi fatti cadere dai fascisti dall’alto della collina che sovrastava la cava dei Berardi. Altri 18 squadristi salirono sul camion; e, dopo poche centinaia di metri, si immisero sulla via Ludovica che costeggia sulla destra il fiume Serchio e si diressero verso Lucca. Ma, giunti poco prima di Rivangaio, in località “Croce Celata”, «[...] dall’alto colle [monte Elto] che su essa sovrasta minaccioso a picco, venivano lanciati sul camion dei grossissimi macigni del peso di alcuni quintali. Una di queste grosse pietre colpiva il camion in pieno. Fu un momento di indescrivibile terrore: due giovani rimanevano sotto il masso con la testa fracassata, ed altri tre riportavano delle ferite di una certa gravità. Non vi era altro da fare. Il camion ritornò indietro fino al prossimo paese di Diecimo [frazione di Borgo a Mozzano], dove da quella popolazione, costernatissima per l’accaduto, furono prodigate ai feriti le prime amorevoli cure.»
Il giornale fascista “L’Intrepido” ha accennato ad una sparatoria quasi immediata da parte degli squadristi. Ma contro chi sarebbe dovuta avvenire ed in quale direzione ? E chi sarebbe stato in grado di reagire in quel modo ? E, infine come facevano a sapere che si trattasse di un attentato, invece che di una frana, fenomeno che si verifica spesso in questa zona della valle, se non l’avessero preparato proprio loro ? È più probabile, invece, che, passato il primo momento di disorientamento, Scorza abbia dato l’ordine di sparare, per rendere più verosimile l’idea che si trattasse di un vero attentato ! Dodici anni dopo Aldo Mandoli, durante il discorso commemorativo, ricostruiva il momento terribile, affidandosi molto probabilmente più ai ricordi degli altri superstiti che non ai propri, poiché era stato ferito gravemente e aveva perso conoscenza. Infatti disse: «[...] Fui colpito duramente e svenni. Risvegliato come da un sogno spaventoso, fra un crepitio di spari, di grida, di comandi, un’orrenda visione che mai forse avevo intravisto negli anni di guerra, mi si parò dinnanzi. Felice Ballerini inanimato, arrovesciato sull’orlo del camion perdeva sangue da una vasta ferita alla testa, [Aldo] Baralla invocava il nome di mamma dolorando per le sue molteplici ferite, Nello Degl’Innocenti e Gino Giannini esangui, maciullati, dilaniati erano confusi fra sangue e terra nel fondo dell’autocarro accanto al masso. Di fronte alla tragica scena mi colse una profonda pietà per i morti, ed un disgusto ed un ribrezzo infinito per tutte le miserie umane, che armavano gli uni contro gli altri i figli di una stessa Gran Madre e che attraverso false ideologie, con una propaganda di odio selvaggio seminavano la strage ed il terrore».

Subito scattò la macchina dei soccorsi da parte dei sopravvissuti e degli abitanti di Diecimo e di Valdottavo, i due paesi più vicini al luogo dell’incidente. A questo proposito, il Correttore della Misericordia di Lucca (don Luigi Scatena) ed il Guardiano (Paolino Tognetti), che avevano ricevuto una telefonata, avevano chiesto prima chi fosse all’apparecchio (visto quello che era successo nel caso di Tito Menichetti, quando i carabinieri ed un parente dell’ucciso avevano costretto i soccorritori della Misericordia a consegnare il cadavere, durante il trasferimento dalla località di Ponte Rosso, presso Ponte Moriano, a Lucca). Era stato dichiarato allora che all’apparecchio c’era Carlo Scorza, ma loro appurarono in seguito che lo stesso in quel momento si trovava a Valdottavo. Riguardo, poi, alle presunte “rivoltellate”, che secondo i fascisti sarebbero stati indirizzate da individui nascosti nei cespugli contro la stessa “auto lettiga” sopraggiunta sul posto per trasportare i due feriti più gravi all’Ospedale, abbiamo una testimonianza scritta del caposquadra Antonio Filippini. Egli, in data 22 maggio 1921, ha dichiarato che l’ambulanza era giunta sul luogo alle 19.20 ed era rientrata a Lucca alle 20.30. Inoltre ha precisato: «[...] quando fummo per partire si udirono dei fischi e due colpi di rivoltella che furono sparati a circa 200 metri di distanza. Sembra che i medesimi partissero dai Carabinieri che non avevano ancora raggiunto il luogo dove era avvenuto l’eccidio.» In una postilla della suddetta pratica, lo stesso ha aggiunto che gli spari provenivano dalla parte del Piaggione (presso il Cotonificio), al di là del fiume Serchio. Inoltre ha concluso: «[...] Tale versione e cioè che fossero i Carabinieri ad esplodere [i due colpi] mi è stato oggi stesso confermata anche da un fascista.»
 
In un altro capitolo del lungo articolo il Laganà tratta de "L’uccisione del casellante ferroviario Esmeraldo Porciani", che l’autore mette in relazione ai fatti di Valdottavo. Cosa che è tutta da provare e dimostrare. 

Nel successivo capitolo il Laganà racconta il "Il funerale dei fascisti" morti nell’agguato di Valdottavo, esprimendo le sue certezze assolute circa la responsabilità dei fascisti per l’accaduto. Scrive dunque il Laganà:
“L’ex-tenente del “3° Genio Telegrafisti” e laureando in Chimica all’Università di Pisa, Gino Giannini di quasi 23 anni, ed il ventunenne Nello Degli Innocenti, in realtà non furono “martiri fascisti”, ma “martiri dei fascisti”, cioè vittime della violenza cieca dei loro stessi compagni di partito. Per essi, comunque, si mobilitò l’intera città e vennero rappresentanze delle organizzazioni fasciste delle città toscane più vicine. Per indicare quale fosse il clima di quel giorno (25 maggio) basta citare il dettagliatissimo atto di morte, registrato nei libri della Parrocchia della Cattedrale di Lucca, poiché l’estensore ha ricostruito la drammatica fine dei giovani e, nello stesso tempo, ha dimostrato come la Chiesa locale fosse tendenzialmente favorevole ai fascisti, in quanto si presentavano come i difensori della stessa contro i socialisti, i comunisti e gli altri partiti anticlericali ed erano, almeno a parole, i fautori dell’ordine ed i garanti della proprietà privata. I giornali locali, sia cattolici che fascisti, descrissero quasi negli stessi termini la presunta “imboscata” ed il funerale dei due giovani fascisti; ed usarono termini forti come, per esempio, “barbarie” e “belve umane nascoste fra i cespugli”. I discorsi funebri furono pronunciati dall’on. Augusto Mancini (Unione Democratica Provinciale), dal prof. Sbolgi e dallo studente Giannotti dell’Ateneo di Pisa, dal segretario generale dei fasci Umberto Rasella (venuto appositamente da Milano), dal segretario del fascio lucchese Carlo Scorza, dal sindaco di Lucca dott. Pietro Pfanner e dall’operaio Lucchesi. I due caduti di Valdottavo (assieme al fascista Tito Menichetti, ucciso a Ponte a Moriano) vennero ricordati a Lucca anche nel trigesimo e le autorità predisposero un nutrito servizio d’ordine. Ma i RR. Carabinieri poterono rassicurare il Prefetto che non si erano verificati incidenti. Nell’articolo "Orazione detta dal Segretario Politico del Fascio al R. Teatro Pantera il 22 ultimo scorso", a piena pagina, lo Scorza teorizzava la sua “religione fascista”, affermando (con un accostamento blasfemo) addirittura che “la Trinità sorge dal sangue” e dedicava un intero paragrafo alla Preghiera di ispirazione dannunziana.
Il Sindaco Pfanner nel corso della seduta straordinaria del Consiglio Comunale del 30 giugno 1921, pronunciò tra l’altro le seguenti parole: «[...] Ed ora una parola di rimpianto alle vittime degli odi di parte che si sono, per effetto dei tempi, risvegliati nelle nostre belle contrade. Giannini Gino, Degli Innocenti Nello, Porciani Esmeraldo che avete seguito nella tomba, Valente Vellutini, Angelo Della Bidia e Tito Menichetti io vi mando il saluto più affettuoso della nostra Città, io mi inchino dinanzi a Voi tutti perché, vittime innocenti, foste sacrificati al nostro Paese, che atterrito alla vista del Vostro sangue pianse e si fece più mite, più buono. Iddio accettò il sacrificio e dette di nuovo la pace a noi che quella anelavamo. […]»

“Il processo ai “sovversivi” rossi per il “presunto” attentato (di Valdottavo)” è un altro dei capitoli del lungo articolo del Laganà, che testualmente scrive:
“Subito dopo il cosiddetto attentato, si cercò di scovare i colpevoli nel paese di Valdottavo ed a Ponte a Moriano, per indebolire l’opposizione antifascista all’interno della classe operaia, secondo la strategia scorziana, la quale mirava a conquistare con la violenza tutta la Val di Serchio.La situazione degli arrestati di Valdottavo fu più difficile fin dall’inizio. Tra l’altro essi furono catturati nelle loro case dai fascisti e poi consegnati ai carabinieri, come risulta da un documento del R. Prefettura di Lucca del 12 aprile 1945, preparato dal Questore ed inviato a Roma dal prefetto Giovanni Carignani. In esso, dopo accurate indagine, si dichiarava che il 22 maggio 1921 «[...] il Grossi [Lorenzo] presi gli ordini dallo Scorza, organizzava, nella stessa serata una numerosa squadra di fascisti che si recava nuovamente a Valdottavo ove giunsero circa le ore 21,30 ed in collaborazione con i fascisti del luogo effettuavano rappresaglia contro elementi avversi che, prelevati dalle proprie case e condotti nel teatro del paese [“C. Colombo”] vennero, dopo breve interrogatorio, violentemente percossi e purgati, procedendo inoltre all’arresto dei presunti autori dell’incidente sopra [ac]cennato e precisamente dei comunisti […]»
Al principio di giugno del 1921 si affermava molto genericamente che il commissario di P.S. [Sergio] Pannunzio aveva arrestato «[...] molti comunisti gravemente indiziati, i quali essendo stati visti nei pressi del monte da cui furono precipitati i massi sul camion dei fascisti, non seppero dare spiegazioni del perché si fossero trovati in quei luoghi; ed anzi caddero in evidente contra[d]dizione.»
Per avere, però, un quadro più completo, bisogna consultare il rapporto del Capitano dei Carabinieri di Lucca del 27 maggio 1921, riguardante le “Indagini relative all’imboscata praticata a fascisti la sera del 22 andante a Cava di Barandi [Baraldi]”. All’inizio del documento si dichiarava che, dopo l’inchiesta, erano emersi “indizi di partecipazione al delitto stesso o sospetti per altro motivo”, per i quali si era proceduto “nella notte dal 22 al 23 e nella giornata del 23” all’arresto ed al trasferimento “nelle Carceri di Lucca a disposizione dell’Autorità Giudiziaria” di
1) Giancarini [Giannarini] Achille di Innocenzo, d’anni 31
2) Ramacciotti Giuseppe di Michele, d’anni 36
3) Tassani Nello di Carlo, d’anni 23
4) Andreuccetti Alberto di Albino, d’anni 22
5) Tassani Alfredo di Carlo, d’anni 18
6) Tomei Omero di Silvio, d’anni 23
7) Mezzetti Antonio fu Felice, d’anni 23
8) Bertolacci Angelo di Carlo, d’anni 23
9) Tosi Giuseppe d’Oliviero, d’anni 18
10) Tosi Italo d’Oliviero, d’anni 21
11) Filippi Stefano fu Ferruccio, d’anni 28 detto il “Pisa”
12) Salsini Natale di Eugenio, d’anni 30
13) Gori Augusto fu Luigi, d’anni 34, detto il “Pisa”
Il 14°, Luppi Umberto detto lo “seramisco” (forse perché non aveva fissa dimora), era attivamente ricercato, poiché si era reso irreperibile. 

Da un attento esame delle motivazioni verbalizzate sommariamente dai militi, si può notare come gli indizi fossero generici e vaghi, poiché alcuni dei sospettati sarebbero stati intravisti nelle vicinanze del “luogo del delitto”, ma molte ore prima. Inoltre molti di loro, per semplice curiosità o perché costretti, avevano assistito a tutta o quasi tutta, la cerimonia che si era svolta nel Teatro. L’unico sul quale potevano pesare sospetti un po’ meno vaghi era Achille Giannarini, “incastrato” dalla deposizione di Giuseppe Ramacciotti, il quale lo avrebbe accusato “di aver detto un giorno non precisato nel caffè di Ida Bianchini in Valdottavo: ”; e rivelato che “si è allontanato dal Teatro di Valdottavo ove fu tenuto il comizio subito dopo i discorsi dei due primi oratori” e di averlo visto “mezz’ora prima del fatto salire per un sentiero sul poggione della Calatra [Celetra] in direzione del luogo ove avvenne l’imboscata”. Ma nessun testimone fu in grado di segnalare la presenza dei compaesani maggiormente sospettati sul luogo del delitto, proprio all’ora dell’attentato. Una volta istruito il processo, quando già i giudici stavano per mandare assolto uno dei presunti colpevoli e per condannare a pene lievi gli altri due, i fascisti li costrinsero a tornare in camera di consiglio ed a condannare tre innocenti: «[...] 1) Giannarini Achille, di Innocenzo, nato a Borgo a Mozzano il 9 febbraio 1890, domiciliato a Valdottavo, località “Castello”; […] alla pena dell’ergastolo, con segregazione cellulare continua;

2)  Dell’Anina [Della Nina] Cesare fu Guglielmo, nato a Borgo a Mozzano il 19 Aprile 1895, residente a Valdottavo, […] ad anni 17 e mesi 6 di reclusione con la segregazione cellulare per due anni, ed anni tre di Libertà vigilata, nonché all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e quella legale durante la pena.
3)Ramacciotti Amedeo, nato [a Borgo a Mozzano] il 10 Marzo 1893, ivi [Valdottavo] domiciliato, […] ad anni 30 di reclusione ed anni 10 di libertà vigilata. […]»


In un altro capitolo il Laganà parle de “Gli anniversari dell’eccidio”: 
“A partire dal 1922, per ricordare i “martiri” di Valdottavo, tutti gli anni si ripeteva un “rito fascista”, immortalato anche nel libro “Nostri morti - Ricordi di Carlo Scorza” (Tip. ed. G. Giusti, Lucca 1921). Il giornale cattolico moderato “L’Idea Popolare”, diretto prima dal prof. Arturo Chelini e poi da Alfredo Pera, e che aveva tra i redattori don Pietro Tocchini, parroco di S. Marco e fondatore delle “Leghe Bianche”, in occasione del primo anniversario si occupò dell’avvenimento e ne rievocò le varie fasi, ricalcando la versione “fascista”. Così, dopo aver parlato della festa di Valdottavo, descrisse il momento del “delitto preparato freddamente”, la campagna d’odio (come se i fascisti fossero stati degli “agnellini” e non avessero contribuito ad alimentarla) ed i delitti successivi, causati dalle fazioni. Dopo aver ricordato affettuosamente le vittime, dimenticandosi però che facevano parte di una squadra di manganellatori fascisti, dedicò qualche parola alla “terza vittima sia pure indiretta, dell’eccidio orrendo: Esmeraldo Porciani, popolare” ed invocò infine il ritorno della pace in Val di Serchio. I fascisti celebrarono la ricorrenza dal 21 maggio 1922 (scegliendo la domenica che cadeva più vicina all’anniversario), invitando rappresentanze dalle varie città italiane e fecero di questa cerimonia una delle più importanti del calendario lucchese. L’afflusso a Lucca di centinaia di squadristi, in occasione del primo anniversario, aveva suscitato la preoccupazione del Prefetto, il quale indirizzò il 16 maggio 1922 un telegramma ai colleghi di varie città toscane, emiliane e di Milano e Genova, per sorvegliare attentamente gli squadristi “perché questi non portino armi”. Inoltre chiamò rinforzi per la forza pubblica e si mise d’accordo con i dirigenti delle ferrovie, per predisporre un treno speciale, “chiesto dalla locale sezione fascista per il giorno 21 corrente in partenza da Lucca alle ore 14,30 per Piaggione con ritorno da quest’ultima stazione in ora tale da prendere subito la coincidenza coi treni per Pistoia e per Viareggio delle ore 19”.41 Alle manifestazioni a Lucca intervennero molte migliaia di persone, a quella di Valdottavo dalle 1.500 alle 2.000 persone, ma per fortuna la giornata passò liscia e non si verificarono episodi di violenza. Il 31 maggio 1925 alla cerimonia parteciparono anche gli onorevoli Roberto Farinacci e Roberto Rossoni, giunti a Lucca in occasione dell’inaugurazione nel Cimitero urbano di S. Anna (Lucca) del Monumento a Giannini e Degli Innocenti, progettato dallo scultore lucchese Francesco Petroni. L’anno successivo, venne inaugurata invece, sul luogo dell’attentato, una lapide in marmo, che successivamente fu affiancata da colonnine con i fasci. Questa ricorrenza venne festeggiata dallo Scorza e dai superstiti dell’“Eccidio”, con grande pompa, fino al 1932. Poi, dopo il suo allontanamento da Lucca, la cerimonia fu organizzata dai successori, sempre con l’intervento delle autorità, dei parenti delle vittime e di gente comune, come si può riscontrare dai giornali dell’epoca, che corredavano gli articoli con servizi fotografici. Inoltre per il grande piazzale che si trovava fuori porta S. Maria (o Giannotti), che era stato intitolato ai “Martiri di Valdottavo”, lo scultore Alfredo Angeloni progettò un Monumento, costituito da un’“Esedra a porticato” con “due fasci luminosi laterali”, i quali dovevano rappresentare i due caduti. Ma, per mancanza di fondi adeguati, venne costruita soltanto una fontana (con i fasci) al centro del piazzale, demolita dopo la caduta del regime. Inoltre, proprio nell’anno in cui lo Scorza cadde in disgrazia e fu costretto, nottetempo (7 ottobre 1932), ad allontanarsi per qualche giorno da Lucca, ebbe inizio la realizzazione del Monumento ai “Martiri del Fascismo”. Infatti l’ «[...] 11 Maggio 1932 fu disfatto il monumento di Carlaccio posto sulle mura urbane nel bastione di S. Donato [S. Paolino]. Al mattino fu discesa la statua e nel pomeriggio fu portato al Museo Civico.» Il “Monumento ai Caduti Fascisti”, venne inaugurato poi dal segretario nazionale del PNF, Achille Starace, il 20 maggio 1934. Esso era costituito da 14 colonne di marmo, disposte attorno ad un’ara. Il baluardo sul quale sorgeva, in epoca fascista, cambiò nome e venne dedicato al “XXVIII Ottobre” (“Marcia su Roma”).

 
Un altro capitolo ha per titolo: “1927-1932: si intacca la catena dell’omertà e lo Scorza viene allontanato”. Il Laganà scrive:
In seguito ad alcune denuncie dei suoi stessi compagni di partito, molti dei quali erano stati espulsi; e ad accuse di speculazioni edilizie, di scandali bancari, di illecito arricchimento del fratello e suo personale, di ricatti ecc., Starace inviò l’on. Remo Ranieri a Lucca, come commissario straordinario dal 23 giugno al 30 settembre 1932, per condurre un’inchiesta. Dopo qualche mese, Carlo Scorza fu costretto a lasciare Lucca di nascosto ed il 19 dicembre dal PNF gli venne comminata la deplorazione per “deficenze di carattere politico”. Ma, già dal 1927, il muro dell’omertà incominciò ad incrinarsi ed alcuni collaboratori, scontenti del modo in cui dirigeva la vita politica locale e dal fatto che aveva fatto allontanare ed espellere dal partito alcuni degli uomini più potenti (Nino Malavasi, Anatolio Della Maggiora, Baldo Baldi , il pesciatino Tullio Benedetti, i viareggini Michelangelo Chiapparini e Lio Reggiani, il garfagnino Fedele Pennacchi, ecc.) inviarono lettere anonime al Duce (che il 15 maggio 1930 non volle passare dal luogo dell’eccidio), per denunciare le malefatte del proprio capo. In una di esse, dopo aver dichiarato di aver compiuto delle operazioni illecite per ordine di Scorza, un suo stretto collaboratore faceva la seguente denuncia: «[...] A dimostrazione di questo basti l’eccidio di Valdottavo. La verità è questa; egli e cioè Carlo Scorza per mettersi in valore e farsi conoscere organizzò una gita a Valdottavo dopo aver predisposto che [Lorenzo Grossi e] Michele Ballerini attuale podestà di Pietrasanta [ed altri due squadristi] quando i Camions ritornavano indietro gettassero, facendoli rotolare dalla montagna, dei massi di pietra in modo da ostruire la strada e dar modo di sfruttare l’attentato perché poi giovasse, come è avvenuto, al suo piedistallo. La fatalità volle che i massi nel rotolare tardassero ed avvenne la morte di Giannini e Degli Innocenti e la mutilazione di Baralla. Ma poiché certo Porciani di Ponte a Moriano aveva veduto il giorno prima Scorza a dare disposizioni sul posto, ci dette ordine di uccidere Porciani che fu ucciso. Ma in Valdottavo tutti sanno la verità e possono deporre se  interrogati con sicurezza di non essere esposti a persecuzioni. Se vengono chiamati a Roma i maggiorenti del paese diranno certamente la verità.» Ma anche altri lucchesi accusarono il Segretario per le sue malefatte. Infatti, in data 9 agosto 1932, «[...] l’avv. Gino Giorgi alla presenza di Tito Davini e mia, ha detto che lo Scorza Carlo, per dimostrare che a Lucca vi erano dei Comunisti, simulò e fece simulare dai Fascisti l’eccidio di Valdottavo nel 1921. Così pure per farsi largo, simulò un tradimento elettorale, per distogliere le simpatie che si era creato il Rag. Cav. David Barsotti fatto nel 1924. […]». Vasco Giannini (fratello di Gino), scrivendo allo stesso amico Carlo Scorza, gli comunicò quello che gli aveva riferito Pietro Degl’Innocenti (il padre di Nello, una delle vittime), il quale «[...] sabato pomeriggio è venuto a trovarmi nel mio ufficio e mi ha dichiarato che l’o[mi]cidio di Valdottavo era stato organizzato da voialtri per poter avere la ragione di fare una forte rappresaglia nel paese di Valdottavo e nei paesi vicini essendo questi molto sovversivi. Secondo lui la vostra intenzione era di simulare un attentato mentre disgraziatamente risultò un eccidio. Mi ha assicurato di non aver parlato di questo col commissario però mi ha dichiarato che ; al che Scorza avrebbe risposto che non aveva avvertito nessuno perché altrimenti molti per paura non sarebbero intervenuti.». Da parte sua, in una lettera indirizzata a Benito Mussolini (conservata nell’Archivio Centrale dello Stato a Roma, busta n. 93 come altri documenti già citati), l’accusato tentò di giustificare il suo operato, fingendo di dimenticare le altre accuse che pendevano su di lui (di corruzione, speculazione, malversazione, vessazioni ed intimidazioni, debiti e comportamento antisindacale, ecc.), limitandosi ad accennare ad alcuni fascisti che aveva espulso e che erano stati reintegrati. Al tempo stesso rivelò per la prima volta al Duce il retroscena del cosiddetto “Eccidio di Valdottavo”, poiché dichiarò che, secondo le denuncie dei suoi avversari politici, si trattava di un’imboscata simulata dai fascisti e, quindi, non organizzata da parte dei loro nemici social-comunisti. Alla luce di queste rivelazioni assumerebbe un altro significato la dedica a Pietro Degli Innocenti, nel libro Nostri morti. Ricordi (p. 5), nella quale, quasi a scusarsi del suo operato, aveva scritto: «[...] Pietro, queste pagine, indegne del Sacrifizio che ricordano, non sono che un pallido riflesso della fede che le anima. Io le offro a te, perché tu – avendo vissuto molte mie giornate di questa lotta, ingrata ma santa - puoi e sai perdonare in nome del tuo Nello. Fraternamente. CARLO SCORZA.» Infatti egli scriveva in data 1 settembre 1932, utilizzando molte delle frasi di Vasco Giannini: «[...] Sono accusato di assassinio ! Il dott. Vasco Giannini, fratello di uno dei Martiri di Valdottavo, mi scrive oggi che è stata diffusa la voce che l’imboscata, in cui caddero schiantati dai massi due nostri camerati e quattro rimasero feriti, sarebbe stata preparata da me allo scopo di giustificare la violenza squadrista. Tale infamia si è diffusa perché, il babbo dell’altro Martire, Nello Degli Innocenti, è stato chiamato in Federazione e gli è stato comunicato, con circospezione, la notizia. Vero è che coloro che lo hanno interrogato hanno  aggiunto che la mia intenzione non fu omicida, ma che voleva limitarsi solamente ad una simulazione: l’eccidio avvenne per pura fatalità. Il Degli Innocenti è stato anche pregato di non farne parola, dato che l’autore aveva ricoperto – bene o male – importanti cariche nel Partito. Ma il peggio non è tutto qui: il peggio è nel fatto che al disgraziato padre è stato detto anche che le prove non si possono ormai più avere perché colui che le possedeva è morto da un pezzo [l’on. avv. Ricci]. Anche la sottile perfidia dell’impossibilità delle prove ! In seguito al diffondersi di tale voce, le famiglie dei sovversivi condannati cominciano a proclamare apertamente la innocenza dei loro parenti. Duce, vogliate comprendere il mio dolore che in questo caso non riesce ad essere alleggerito nemmeno dallo sdegno. Quando penso che sul fatale camion di Valdottavo partimmo in sedici [18] e ritornammo in dieci; quando penso allo schianto infernale dei massi che fecero poltiglia di tanta giovinezza; quando penso che per lungo tempo ho serbato, come una reliquia, il vestito macchiato dalla materia cerebrale di uno dei diletti compagni che l’urto mi aveva abbattuto sulle spalle; quando penso che nessuno – nessuno ! di coloro che oggi dirigono la vita politica della federazione fu mai visto da me né a Valdottavo né in nessuna delle spedizioni in cui caddero i Martiri di Lucchesia, confesso che mi sento davvero invadere da una profonda angoscia.» Lo stesso uomo politico, invece di rigettare con decisione l’accusa (anche se la definì una “infamia”), ma fingendo di essere altruista e temendo che ad un tratto cadesse quel castello di carta che aveva edificato e sul quale si reggeva anche buona parte del suo potere a Lucca, concludeva: «[...] ma non per me io Vi scrivo: scrivo perché stimo tradimento tacere. Queste notizie sono particolarmente pericolose per l’animo dei giovani i quali con esse vedono brutalmente crollare le loro illusioni sull’Eroismo o sul Martirio fascista. La popolazione della mia provincia non è come quella di Romagna [era stato commissario straordinario di Forlì dal 22 settembre 1928 all’8 aprile 1929], ardente e travolgente, è sottile nell’indagine, fredda e diffidente nella critica. Ogni anno abbiamo portato il popolo a inginocchiarsi davanti alle tombe dei Martiri e alla fine siamo riusciti a crearne la Religione: oggi il popolo giura sinceramente su Coloro che caddero per la sua redenzione, si deve distruggere questa religione faticosamente acquisita alla scettica anima lucchese ? Duce, si fa strazio dello Spirito ! ecco il grido che Vi lanciamo. Solo Voi potete, con la Vostra gran voce, ridare all’anima della gente di Lucchesia l’impeto lirico che conosceste nelle giornate di Maggio. Ogni altro intervento si arresterebbe ormai sulla superficie. Per me chiedo solo che Voi crediate ancora nella mia fedeltà. Con devozione C. Scorzo [Scorza].» Comunque egli rientrò alcune volte a Lucca (di notte o molto presto al mattino), nel novembre e nel dicembre del 1932, dopo aver trascorso dei periodi a Napoli e, soprattutto, a Roma. Lui in particolare, ma anche i familiari, erano soggetti ad un attento controllo da parte delle forze di polizia, sia quando viaggiavano che quando ricevevano qualcuno nella sua villa “Scorza”, in via delle Tagliate; oppure quando uscivano di casa. Infatti, poiché si temeva che potesse succedere qualche scontro fra le opposte fazioni fasciste, venivano sorvegliate la sua residenza e quella del fratello Giuseppe. Lui stesso era pedinato in continuazione, sia quando era in città che quando si allontanava dalla stessa. Inoltre veniva fatto un rapporto giornaliero sulle persone che venivano a trovarlo a casa, o che incontrava per la strada. Ma la sua stella era tramontata ormai a Lucca, tanto che qualcuno faceva circolare cartoline che recavano il suo ritratto con vestiti da brigante e la scritta “Bandito calabrese”; e, ogni tanto, apparivano scritte sui muri con frasi ingiuriose. Pochi erano coloro che lo osannavano ancora. Comunque se la cavò abbastanza bene. Inoltre continuava ad essere importante, tanto che riuscì a far richiamare all’ordine, dalla Questura e dall’arcivescovo mons. Antonio Torrini, padre Lodovico da Frosinone, il quale durante il quaresimale, l’aveva tirato in ballo, con le seguenti considerazioni, annotate dai poliziotti: «[...] gli uomini passano cadendo anche da posti alti mentre Iddio è immortale disse che i Lucchesi ne avevano fatto un recente esperimento et volgarmente soggiunse che nei caffè si chiedeva oggi un poncino senza scorza.» A seguito dell’allontanamento provvisorio dell’on. Scorza (detto anche “Bonturo Corteccia”) da Lucca e quello definitivo del marzo 1934, lo scaltro uomo politico riuscì a rientrare nelle grazie del Duce dopo il 1939 ed a ricoprire varie cariche importanti, anche a livello nazionale, fino a sostituire il 18 aprile 1943 Aldo Vidussoni alla segreteria del PNF e ad affrontare, con la solita ambiguità, la prova del 25 luglio 1943, quando Mussolini venne deposto ed arrestato.

Il Laganà arriva quindi al capitolo che intitola “Conclusione”:
A proposito dei presunti colpevoli dell’attentato, il Ferri, raccolte le testimonianze dei compaesani, ha auspicato una revisione del processo ed una riabilitazione postuma degli imputati innocenti, la cui condanna ha causato anche gravi conseguenze per i familiari. Questo problema venne affrontato alla fine della guerra, poiché Giovanni Carignani, il primo prefetto di Lucca dopo la liberazione, in data 16 marzo 1945 comunicava al cap.° Pietro Mori che la “Sezione Istruttoria presso la Corte di Appello di Firenze” stava preparando un’istruttoria formale circa l’aggressione subita dall’On. [Giovanni] Amendola nel luglio 1925 in quel di Serravalle Pistoiese e che la Questura di Lucca aveva il 10 marzo 1945 inviato un rapporto su questo e su “altri fatti delittuosi”, compiuti al tempo in cui Carlo Scorza dominava incontrastato la scena politica locale ed era un protagonista della cronaca nera. Ma lasciamo da parte l’aggressione ad Amendola, da attribuirsi a Carlo Scorza (assieme ai complici Fernando Andreoni, Lelio Bonaccorsi, Lorenzo Grossi, Alberto Mario Amedei, Bruno Piagentini, Renato Benedetti ed Orazio Benetti), ed interessiamoci degli accenni all’“Eccidio di Valdottavo”, del quale la Questura di Lucca attribuiva la responsabilità principale ad una persona deceduta nel 1932 (Lorenzo Grossi) e che poteva coprire così quella ben più importante (cioè Carlo Scorza) ancora in vita. Quest’ultimo, fuggito da Milano dopo l’arresto da parte dei partigiani, espatriò clandestinamente in Argentina, dove rimase fino al 1955, poi rientrò in Italia e trascorse tranquillamente il resto della vita nelle campagne fiorentine fino al 1988. Molto probabilmente chi si occupò del caso non aveva sotto mano tutte le carte della R. Prefettura di Lucca e, in particolare, il dossier riguardante Carlo Scorza conservato nell’Archivio Centrale dello Stato a Roma, altrimenti avrebbe potuto ristabilire la verità. Comunque questa relazione ha ricostruito, in maniera a dir poco cervellotica (o fuorviante ?), la preparazione ed esecuzione del falso attentato, dichiarando che «[...] una squadra di fascisti agli ordini di tale Grossi Lorenzo […], si diresse a Valdottavo (Borgo a Mozzano) a fine propagandistico e punitivo. In tale circostanza il Grossi, a scopo provocatorio, non avendo trovato in detta frazione elementi contro i quali poter sfogare il suo livore, dispose con alcuni fascisti, di istigare elementi comunisti del luogo a portarsi sullo stradale e precisamente al pendio del Monte Elto, per far ruzzolare alcuni grossi macigni sull’autocarro dei fascisti di ritorno, non al fine di colpirlo, ma soltanto a scopo provocativo, sen[n]onché l’autocarro giunto nella località sopra citata, veniva, invece investito da vari macigni, causando, così, la morte dei fascisti: Giannini Gino, Degli Innocenti Nello ed il ferimento di Ballerini Felice, Mandoli Aldo, Baralla Aldo (amputazione dell’arto inferiore) e lesioni lievi a Benedetti Guido, Tattera [Tattara] Vittorio ed Evangelisti Carlo.» Ma la vera ricostruzione stava nelle varie lettere anonime o firmate dai fascisti lucchesi al Duce e soprattutto nella stessa autodifesa, che era al tempo stesso un’autodenuncia, dello Scorza ! Inoltre, solo alla fine della guerra, gli antifascisti arrestati ingiustamente per l’“Eccidio” poterono rendere le loro testimonianze ed accusare anche i loro compaesani fascisti (ad eccezione del Giannarini, morto nel carcere di Montelupo Fiorentino). Tra di loro c’era uno dei condannati, Amedeo Ramacciotti, il quale dichiarò al mar. magg. Giuseppe Ponzio dei carabinieri di Borgo a Mozzano, il 17 ottobre 1945: «[...] Il 9 luglio 1921, venni arrestato in seguito ad una denuncia fatta dai fascisti di Valdottavo, nella quale mi accusavano di aver partecipato all’uccisione di due fascisti e del ferimento di altri avvenuto in località del Monte detto Eita [Elto], avvenuto il 22 Maggio dello stesso anno. Nonostante che non fossero emerse prove a mio riguardo, causa le intimidazioni fatte ai miei testimoni dal Mezzetti Alessandro venni condannato alla pena di 30 anni di reclusione».
Ma la persecuzione da parte dei fascisti, che si erano sostituiti alle forze dell’ordine nell’arrestare, interrogare e “bastonare” gli antifascisti, continuò. Infatti, aggiungeva Amedeo Ramacciotti, «[...] le minacce e le angherie da parte del Mezzetti e di altri fascisti nei riguardi di mia moglie continuarono, tanto è vero che il Mezzetti ebbe più volte a minacciarla con la pistola in pugno, dicendogli: se non avesse dichiarato in tribunale che al momento che avvenne l’uccisione e il ferimento dei fascisti, io mi trovavo con lei nel prato a lavorare. Dalle angherie fattegli, mia moglie si ammalava e dopo circa 4 anni decedeva. Il 23 Maggio 1937, venni dimesso dal carcere e così potei rientrare in Valdottavo. Le persecuzioni del Mezzetti non erano terminate, impose a tutti i proprietari del luogo di non darmi del lavoro e che non dovevano parlare con me». Anche altri testimoni, interrogati dai carabinieri, confermarono la sua dichiarazione e denunciarono inoltre Luigi Santini (fuggito al Nord con i nazifascisti) ed altri squadristi locali. Ma le persecuzioni fasciste continuarono. Infatti «[...] nel 1937 il Ramacciotti Amedeo venne rimesso in libertà, come se non bastassero le sofferenze delle carceri, veniva ugualmente perseguitato, e spesso picchiato anche dai fascisti Bertuccelli Rizieri e da Cicchi Antonio e da Bacci Lidamo. Nel 1938 [il Santini] usò violenza contro l’antifascista Della Nina Cesare picchiandolo. Il Santini era aiutato dai fascisti Mezzetti Silvio, Mezzetti Alessandro, Profetti Giulio e Bertuccelli Rizieri.

5) I FATTI DI VALDOTTAVO NELLA BIOGRAFIA DI CARLO SCORZA

Carlo Rastrelli, nato a Napoli nel 1959, vive a Mantova, dove lavora come dirigente d’azienda nel settore delle Risorse Umane. Ricercatore storico, collabora da anni con riviste specializzate nel campo della storia militare e dell’uniformologia. È autore del volume Carlo Scorza. L’ultimo gerarca (Mursia, pagg.264), la prima biografia dell’ultimo segretario del Partito Nazionale Fascista. Lo stesso autore, a fronte di una specifica domanda sui fatti di Valdottavo così risponde....

Dottor Rastrelli, dalla ricostruzione che offre nel suo libro rimane controversa la responsabilità di Carlo Scorza nell'agguato mortale di Valdottavo…
L’episodio di Valdottavo presentò indubbiamente dei lati oscuri mai definitivamente chiariti. Nel maggio del 1921 tuttavia divennero frequenti e sempre più violenti gli scontri tra i fascisti ed i “rossi”. Premesso che nessun valore sul tema può essere attribuito all’indagine condotta nel 1932 dall’on. Ranieri su ordine di Starace, perché finalizzata a distruggere politicamente il ras lucchese, l’ipotesi più credibile resta, a mio avviso, quella dell’agguato avversario. È difficile credere che Scorza, presente su quel camion precipitato nella scarpata a seguito del lancio di massi, abbia rischiato la propria vita e determinato la morte ed il ferimento di alcuni dei suoi “camerati” al solo fine di determinare il pretesto per ulteriori e più violente reazioni squadriste.

6) I FATTI DI VALDOTTAVO NELL'INTERVENTO DELLO STORICO GIACINTO REALE

Navigando in internet mi sono imbattuto in questo intervento dello storico dei primi anni del fascismo Giacinto Reale...

“Non è in buona fede e non ha retta coscienza chi non sa o non vuole riconoscere l’assalto di una nuova specie che il nemico ci ha mosso. Abbiamo resistito e resistiamo ancora, serenamente e senza tentennare, pensando che il martirio varrà un giorno ad illuminare la nostra azione e a conquistare i ciechi e gli increduli” 
(manifesto affisso dal fascio lucchese dopo i fatti di Valdottavo, 21 maggio 1921)


Che la storia la scrivano i vincitori è una verità fin troppo risaputa; che questa scrittura richieda aggiustamenti e accomodamenti è altrettanto risaputo; che si arrivi alla menzogna edalla falsificazione è un pò più difficile da ammettere.E, invece, succede, in varie forme: si può dire una menzogna su un fatto non documentato o privo di testimoni; si può falsificare un documento; si può alterare (anche solo “forzandola”) una testimonianza; si può inventare di sana pianta una versione diversa dalla realtà, fidando solo sull’autorevolezza dell’autore dell’invenzione.
Ma si può anche partire da un documento vero, e, con un’opera di “taglia e cuci” trasformarlo in una cosa “altra” e fargli dire una verità “altra”.
In un esempio minimo minimo sono incappato giorni fa, e ve lo racconto qua.


IL FATTO
Il 21 maggio del 1921, una ventina di squadristi lucchesi, guidati da Carlo Scorza (destinato a futura ma incerta fama, perché ultimo Segretario del PNF, nominato il 19 aprile del ’43, terrà, prima, durante e dopo la famosa riunione del 25 luglio, un comportamento unanimemente criticato) si recano in camion a Valdottavo per presenziare alla fondazione del locale fascio di combattimento.
Terminata la cerimonia, alla quale, in un teatro, hanno assistito – e questo è abbastanza inspiegabile – quasi sino alla fine, un po’ defilati, ma indisturbati, tre noti sovversivi del luogo, il camion riparte, nella massima tranquillità.
Giunto in località “Croce Celata”, poco prima di Rivangaio, l’automezzo – sul quale ha preso posto lo stesso Scorza – viene centrato in pieno da molti massi (alcuni del peso vicino al quintale), fatti precipitare dall’alto (monte Elto).
Un macigno particolarmente grosso (sarà prima conservato nella sede del fascio di Lucca e successivamente esposto alla Mostra della Rivoluzione Fascista), battendo su una roccia sporgente per la china del monte, fa una parabola e piomba sul veicolo. Vi sono due morti, gli studenti universitari Gino Giannini e Nello Degl’Innocenti, quattro feriti gravi e svariati feriti leggeri, tra i quali lo stesso Scorza.
Le indagini, condotte dalle forze dell’ordine, portano al fermo di quattordici persone, tre delle quali vanno poi a processo. Sono gli stessi tre individui vista alla cerimonia fascista; la tesi accusatoria è che fossero lì per procurarsi un insospettabile alibi, salvo poi allontanarsi prima della fine, per predisporre l’agguato.
I tre, durante il processo, cadono in contraddizioni, e si accusano tra loro; in particolare, ad uno viene addebitata dagli altri la frase: “Se vengono i fascisti, gli faremo una scarica di pietrate”. Riconosciuti colpevoli verranno condannati a pesanti pene detentive.

PETTEGOLEZZI DI PAESE
Nel 1932, in coincidenza con la caduta in disgrazia di Scorza, che viene allontanato da Lucca, cominciano a circolare – ad opera dei suoi avversari interni al PNF – delle voci secondo le quali si sarebbe trattato di un’imboscata simulata dai fascisti stessi, su ordine del loro capo, che così voleva accrescere il suo ruolo nell’ambito del movimento e avere “mano libera” nella sua azione squadrista.
Il futuro ultimo segretario del PNF risponde, immediatamente, con una lettera a Mussolini, nella quale ribadisce la sua assoluta innocenza e definisce “infamia” l’accusa.
Tale essa viene, in effetti, considerata dal vertice del Regime, e, anche nel dopoguerra, la Magistratura non riterrà – nonostante il clima sia tutt’altro che favorevole ai fascisti sconfitti – di dover riaprire il caso, confortata da un rapporto della Prefettura che, sia pure un po’ pilatescamente, nella sostanza ribadisce la colpevolezza dei tre sovversivi condannati a suo tempo.
Personalmente credo che l’ipotesi di un attentato “costruito” non abbia né capo né coda:
  • Scorza non ne ha bisogno per riaffermare la sua autorità sul fascio lucchese, né per organizzare “rappresaglie” (che poi, in effetti, non ci saranno, se si esclude un morto, probabilmente estraneo ai fatti);
  • solo un aspirante suicida potrebbe pensare a farsi cadere addosso, dall’alto, una valanga di pesanti massi di su una strada tortuosa e piena di curve;
  • la stessa magistratura che condanna i tre responsabili (e ne manda assolti altri undici), quasi in contemporanea assolve la gran parte degli accusati dei ben più gravi fatti di Sarzana, a riprova di un’impermeabilità a pressioni per sentenze di comodo. Per non dire che identica cosa avverrà nel dopoguerra, senza nessun procedimento a carico di Scorza o altri fascisti della zona.

LA MENZOGNA E IL FALSO
Cercando on line qualche notizia in più su questo episodio (che io sappia, non esiste un libro sul fascismo lucchese delle origini) mi imbatto in un articolo apparso su “La Nazione” del 21 giugno 2010; eccone un estratto:
“(E’ solo un’infamia la voce per cui) l’imboscata sarebbe stata preparata da me allo scopo di giustificare la violenza squadrista. Vero è che…la mia intenzione non fu omicida, ma voleva limitarsi solamente ad una simulazione: l’eccidio avvenne per pura fatalità.” Con queste parole autografe, scritte al duce il 1° settembre 1932, e firmate da Carlo Scorza, oggi, a quasi 90 anni dai fatti, salta fuori la verità, finora solo presunta, sulla colpevolezza del segretario del Partito fascista a Lucca in relazione al famoso eccidio di Valdottavo del 1921”
“Accidenti – mi dico – roba da non crederci: un fascista che ammette di aver organizzato un finto attentato nel quale due suoi camerati sono morti, quattro feriti gravemente, e, ciò nonostante, diventa, di lì a qualche anno, Segretario Generale del PNF”
Le cose non stanno affatto così: ecco il testo integrale della lettera:
“Duce… sono accusato di assassinio. Il dott Vasco Giannini, fratello di uno dei martiri di Valdottavo, mi scrive oggi che è stata diffusa la voce che l’imboscata, in cui caddero schiantati dai massi due nostri camerati, e quattro rimasero feriti, sarebbe stata preparata da me allo scopo di giustificare la violenza squadrista. Tale infamia si è diffusa perché il babbo dell’altro martire, Nello Degli Innocenti, è stato chiamato in Federazione, e gli è stata comunicata con circospezione la notizia. Vero è che COLORO CHE LO HANNO INTERROGATO HANNO AGGIUNTO CHE la mia intenzione non fu omicida, ma voleva limitarsi solamente ad una simulazione: l’eccidio avvenne per pura fatalità. Duce vogliate comprendere il mio dolore. Per me chiedo solo che voi crediate alla mia fedeltà”
 
Anche sorvolando sul restante “taglia e cuci”, con l’eliminazione delle parole che per comodità ho messo in maiuscolo, il giornalista (si chiama Paolo Bottari) stravolge il senso della lettera di Scorza, che non è assolutamente una confessione di colpevolezza, ma, anzi, l’orgogliosa rivendicazione del proprio operato e la richiesta che la verità sia ristabilita, contro le menzogne di avversari interni di Partito.
Un autentico falso, che andrebbe punito a norma di codice penale… se penso che, in un prossimo futuro, qualche ignaro studentello di liceo (ma non solo) potrebbe servirsi anche di quell’articolo per ricostruire i fatti, rabbrividisco…

Giacinto Reale

7) I MARTIRI DI VALDOTTAVO, TRA GLI 800 UCCISI NEGLI ANNI 1919 - 1932

Sempre navigando in internet ho trovato l'elenco  degli "oltre 800 fascisti che - tra il 1919 ed il 1932 - furono trucidati o uccisi dagli antifascisti" e, in questo elenco risultano anche i due morti di Valdottavo con questa dicitura:

22.05.1921 - Degl’Innocenti Nello – nato a Lucca 19.9.1899 – morto maciullato da alcuni massi fatti precipitare di proposito da alcuni antifascisti su un camion di fascisti che transitava nella zona di Valdottavo (Lucca).
22.05.1921 - Giannini Gino – nato a Pontetetto (Lucca) 12.3.1898 - morto maciullato da alcuni massi fatti precipitare di proposito da alcuni antifascisti su un camion di fascisti che transitavano nella zona di Valdottavo (Lucca).

8) LA LETTERA ANONIMA CONTRO SCORZA

Tra i documenti che fanno riferimento ai fatti di Valdottavo c'è anche una fotocopia di una lettera anonima che uno dei fascisti più vicini a Scorza avrebbe scritto al Duce. La fotocopia porta delle sigle e dei numeri di protocollo, che penso siano quelli della segreteria di Mussolini e reca il timbro dell' Istituto Storico della resistenza di Lucca. Nella lettera l'anonimo estensore sostiene che Carlo Scorza "per mettersi in valore e farsi conoscere organizzò una gita a Valdottavo dopo aver predisposto che....e Ballerini attuale podestà di Pietrasanta quando i camions ritornavano indietro gettassero, facendoli rotolare dalla montagna dei massi di pietra in modo da ostruire la strada e dar modo di sfruttare l'attentato perchè poi giovasse, come è avvenuto, al suo piedistallo. La fatalità volle - prosegue la lettera anonima inviata al .Duce - che i massi nel rotolare tardassero  ed avvenne la morte di Giannini e Degli Innocenti e la mutilazione di Baralla....".

9) "NOSTRI MORTI" - UN TESTO DI CARLO SCORZA DEDICATO A TITO MENICHETTI, NELLO DEGL'INNOCENTI E GINO GIANNINI

Ad un anno di distanza dai tragici fatti del 1921 che portarono all'uccisione in località "ponte rosso", a Ponte a Moriano di Tito Menichetti e all'attentato di Valdottavo in cui persero la vita Nell Degl'Innocenti e Gino Giannini, il capo del fascismo lucchese, Carlo Scorza, dette alle stampe un piccolo libro dal titolo "NOSTRI MORTI" , Lucca - Tipog. Edit. G. Giusti - 1922, titolo che, nell'interno, lo Scorza arricchisce di un sottotitolo: "Ricordi".
Il testo, scritto da Scorza, si apre con una dedica "A Pietro Degli Innocenti", fratello di uno dei morti di Valdottavo; dedica che, negli anni successivi, sarà motivo di polemica e di dubbi verso lo stesso Scorza, soprattutto per il passaggio, poco chiaro, in cui è scritto: "Pietro....queste pagine....io le offro a te, perchè tu - avendo vissuto molte mie giornate di questa lotta, ingrata ma santa - puoi e sai perdonare in nome del tuo Nello". 

Il testo prosegue poi con il capitolo dedicato a Tito Menichetti (Pisa 3 dicembre 1898 - Ponte a Moriano 25 marzo 1921) - vedi foto in questa pagina - con il ricordo della personalità di questo giovane fascista, combattente della prima guerra mondiale appena diciassettenne, e con la descrizione della morte a Ponte a Moriano. Scrive a questo proposito Scorza: "Il 25 marzo del 21 venne a Lucca e con pochi suoi fratelli in fede partì per il Ponte a Moriano, ove deveva essere acceso un nuovo focolare d'italianità in mezzo alla tenebra folta che per anni l'odio e la malvagità avevano diffuso tra l'ignoranza e l'errore. A Ponte a Moriano egli non giunse: restò a guardia di una automobile avariata. Fu circondato da bestie avide di sangue: non volle uccidere perchè il suo animo, assetato di bellezza rifuggiva da ogni bruttura; ebbe una pallottola nel capo mentre consegnava la sua arma. Lo pescarono morente in fosso melmoso che il Suo sacrifizio ha ormai reso puro come un fonte battesimale. Il padre, la madre, la sorella non hanno più lacrime perchè il dolore le ha tutte consumate: i suoi fratelli di lotta non hanno più fiori perchè li hanno tutti colti e posti ai piedi del Suo altare: Ogni degno figlio d'Italia però serba nel suo cuore la Sua luce e la Sua certezza".
Il testo prosegue con una foto di Menichetti sul letto di morte, il testo dell'orazione funebre pronunciata il 29 aprile 1921 dal titolo "Guardia dell'Ideale", una foto dei funerali di Tito Menichetti a Pisa e il testo pubblicato su "L'Intrepido" nell' anniversario della morte. L'introduzione dell'articolo è questa: "Tito Menichetti - per dimostrare che non era recato a Ponte a Moriano per uccidere - consegnava ad un nemico la propria arma. Il nemico - nascosto fra donne e fanciulli - con la stessa arma, lo uccise".
Dopo questo nel testo c'è la foto di Nello Degli Innocenti (Lucca 19 settembre 1899 - Valdottavo 20 Maggio 1921) - che riporto in questa pagina - ed il capitolo a lui dedicato. Anche per lui il ricordo della partecipazione alla prima guerra mondiale, dove si era guadagnato una croce di guerra e un encomio solenne sull'Altissimo, prima di essere congedato perchè colpito dal tifo. Poi la conclusione del testo, scritto da Scorza: "Fu fascista silenzioso, umile, devoto: come uno di quei sacerdoti di pura fede che annientano nella polvere per esaltare il loro Iddio nella luce. Fu dei diciotto di Valdottavo: gli scoppiò il cuore sotto il macigno rotolato dalla montagna". Segue la foto di Gino Giannini (Massa Pisana 11 marzo 1898 - Valdottavo 22 maggio 1921) - che riporto in questa pagina - ed anche per lui una dedica da parte di Carlo Scorza. Prese il diploma in agrimensura nel 1917 e si iscrisse ad ingegneria a Pisa. Nel luglio 1918 lo troviamo allievo-ufficiale all'Accademia Militare di Torino. Congedato nel maggio 1920 riprese gli studi con grande passione, passando dall'ingegneria alla chimica. Il commento finale di Scorza è il seguente: "Fu fascista di pura fede, quantunque avesse pienissima coscienza di quanto - non per se, ma per i suoi - valesse la posta che metteva al servizio della Patria. Il masso di Valdottavo gli schiacciò la fronte".
Poi, finalmente, il capitolo dedicato a "L'orrore di Valdottavo", quello che ci interessa particolarmente. Vediamo le frasi più interessanti scritte da Carlo Scorza: "C'era tanta luce nel cielo e sulla terra, tanta esultanza di verde, tanto rigoglio di vita in quel pomeriggio di maggio, che ne eravamo quasi ebbri. Il camion sostava nella piazzetta S. Leonardo. Benedetti fece l'appello della squadra: sedici in tutto. Giannini e Baralla non erano segnati sulla nota: li feci scendere dall'autocarro tre volte: alla fine, vinto dall'insistenza, non me ne curai più e ordinai la partenza....Giovinezza, primavera di bellezza! Ma quando scorgemmo, attraverso il polverone sollevato dalla vettura, il Ponte Rosso ove due mesi prima era stato assassinato Tito Menichetti, tacemmo e ci levammo in piedi come alla presenza di un Dio Luminosissimo. Salutammo alla voce....La strada si ripopolò allora dei rombi del motore, di canti, di grida, di vita. Al Ponte a Moriano, davanti alle case popolari, qualcuno guardò e disse: "Non canteranno al ritorno!".Ci slanciammo sulla strada del Serchio tra la boscaglia che s'infittiva verdissima e il fiume che fluiva stanco e lento. Il convento dell'Angelo sprizzava fiamme rosse e turchine da ogni suo vetro, mentre la Croce di Brancoli diveniva sempre più rigida e sacra...Come lontana da noi era la morte che si nascondeva sul nostro capo! Valdottavo era tutta una festa di tricolore. In piazza attorno a noi impolverati, sudati, ansanti si stringeva tutto il popolo: givoani, vecchi, fanciuli in piena esultanza di rinascita. Nel piccolo teatro parlammo Vitali, Bolognesi ed io. Nessun discorso mi è rimasto inchiodato nella memoria come quello per la costituzione del Fascio di Valdottavo...Un'onda di commozione intensa passò nella folla: vidi molti occhi lustri di lacrime. Rimanemmo ancora un pò di tempo a spasso per il paese: i fascisti si confusero tra i gruppi di contadini e di ragazze; alcuni rimasero in piazza guardare un ciarlatano che mangiava la stoppa accesa e guariva dal mal di capo. Poi rimontammo sul camion e partimmo per Lucca. ...Qualcuno intanto si slanciò dalle ultime case per la campagna verso il monte e salì per muovere la strage, ordita infernalmente, con le stesse mani che forse ci avevano applaudito...
Ed ecco il racconto, dettagliato, del momento della strage:
Vorrei che le mie parole fossero come uno scalpello duro per incidere nel cuore di chi può dimenticare tutto l'orrore che abbiamo vissuto in quel pomeriggio...Eravamo partiti da circa venti minuti. S'affievolivano i canti: forse per la stanchezza, forse per l'intima gioia che ci veniva dal nuovo focolare che avevamo acceso...Il sole s'attardava sulle cime indorandole...l'ansito regolare del motore era rotto dallo stridìo delel rondini che saettavano tra monte e riva...Dov'era la morte?...Era nel cuore di chi spiava dall'alto. Silenzio! S'udì dall'altra sponda un colpo di fucile. Non più di un minuto dopo, udimmo sul motore e sul capo un frullo d'ali spavetoso: un masso enorme descrisse una parabola alta sulla strada e piombò sulla riva del Serchio. I canti cessarono del tutto: per un rapidissimo istante s'udì il pulsare del motore; poi improvvisa rapida violenta, una rovina di terra e di sassi: un tonfo sordo, uno schianto: un urlo solo di terrore di dolore, di morte. Una sterzata a destra e il camion s' addossò alla parete di roccia. Davanti a noi , sulla strada, precipitò con fragore immenso il resto della valanga.. Un carretto che stavamo per sorpassare sparì in una visione infernale: non so per quale miracolo conducente e cavallo riuscirono incolumi da tanta tempesta. Balzzammo a terra. Benedetti e Matteucci che si erano buttati di sotto si rialzarono malconci. Ci fu un momento di silenzio: l'orrore aveva vinto il dolore. Poi si udì alto: - Nello! Nello! Nello! - Pietro Degli Innocenti mi saltò al collo, soffiamdomi nella bocca, più che parlandomi: - Hanno amamzzato Nello! - Non ricordo se gli rispondessi: balzai verso la spalletta del camion da cui pendeva rovesciato Ballerini con grumi di sangue che gli filavano sulla testa, lo sollevai aiutato da non so chi (credo da Grazioli) che era rimasto sulla vettura. Baralla intanto si lamentava debolmente, chiedendo aiuto per la sua povera gamba ridotta misera poltiglia. Quando mi sollevai sino a lui, vidi qualche cosa come un groviglio informe di braccia, di gambe, di teste, e poi sangue, tanto sangue commisto a terra, sparso in larghe chiazze scure che si allargavano sempre di più. Gino Giannini che, come attratto da un destino malvagio, aveva per forza voluto partecipare alla gita, e Nello Degli Innocenti, il forte e silenzioso fascista, compagno assiduo del nostro duro travaglio, giacevano travolti sotto un masso enorme. Fui strappato dalla vista orrenda da Lelio Mandoli che mi trascinò accanto al fratello Aldo, abbandonato come un morto sull'orlo di un fosso. Improvvisamente crepitò una scarica di rivoltellate: le bestie - non contente dei massi - volevano finirci col fuoco. Più alti si levarono i lamenti dei feriti, e più forti si scagliarono le imprecazioni dei vivi. Tentammo scalare la montagna, ma ci fu impossibile per lo strapiombo della roccia; vidi Pietro Degli innocenti slanciarsi contro la insuperabile muraglia come se volesse scavarvi i gradini con la testa: Trattara riuscì ad afferrarlo in tempo. Lelio Mandoli correva urlando come uninvasato per la strada in cerca di un varco alla salita e alla vendetta. Fu quello - scrive Carlo Scorza - uno dei momenti più tragici della mia vita: non credo di averne vissuti di più penosi dal Col di Colbricon, dal Tomba, al Monfenera, al Piave. Proseguire verso Lucca era da pazzi: la strada era ingombra di massi, altri agguati potevano essere stati preparati. Bisognava tornare indietro: a Diecimo. Manovrammo il camion a braccia perchè il luogo non permetteva diversamente. Per ogni movimento che davamo alle ruote udivamo sul nostro capo più forte l'urlo di Baralla e il rantolo di Ballerini. Per le fessure di fondo dell'auto-carro colava sangue. Riuscimmo dopo uno sforzo immane a rimettere la macchina nella nuova posizione. Durante il lavoro altri colpi ci furono tirati dal bosco. Caricammo i feriti e c'incamminammo lentamente per la vicina ambulanza di Diecimo. I superstiti, a piedi, badavano a garantirci da altre sorprese. Al bivio di Valdottavo trovammo un gruppo di persone che ci riguardavano mute con gli occhi sbarrati dal terrore e dall'incredulità. Erano gli stessi che un'ora prima ci avevano applaudito: noi eravamo gli stessi che un'ora prima, pieni di gioventù e di gioia, avavamo lanciato in nome d'Italia la buona sementa della rinascita nel lavoro e nell'amore. La notizia era corsa. Il popolo di Diecimo era sulla strada: vidi molti piangere, qualcuno s'inginocchiò. L'ottimo, massiccio medico di Valdottavo apprestò le prime cure. Si caricarono i feriti sulle barelle a cavallo e s'avviarono verso Lucca. A metà strada si incontrarono con la vettura della Misericordia (di Lucca) che trasportò i feriti all'ospedale principale. Alcune donne di Diecimo intanto avevano coperto di foglie e di fiori i due poveri morti. Sul camion fu distesa una bandiera tricolore. Il tragico trasporto s'iniziò tra una commozione intensissima...Ci avviammo a testa alta - dopo che il camion fu sparito agli occhi nostri - verso il paese dell'Orrore: ove il dovere, naturalmente, ci chiamava...
Nel testo viene riportata anche la foto dei corpi di Giannini e Degli Innocenti esposti nella sala mortuaria (foto che riporto in questa pagina).
Al racconto di quanto era accaduto sulla via Lodovica e dei momenti drammatici della caduta dei massi sul camion, Carlo Scorza fa seguire l'Orazione pei funerali che si tennero a Lucca il 25 maggio 1921, preceduta dalla foto, fronte/retro, di una medaglia commemorativa, dedicata alla "Madre di Gino Giannini - morto per la Patria - Lucca 22-V-1921, che reca sul fronte il simbolo del "Fascio Lucchese di Combattimento" (vedi foto nelle immagini di questa pagina). Le medaglie commemorative furono consegnate nel corso di una cerimonia tenutasi al "Teatro Pantera" di Lucca, dove Scorza tenne un lungo discorso, riportato sul suo libro "Nostri Morti", con il titolo ESALTAZIONE. E' un testo grondante di retorica dove Carlo Scorza spiega IL RITO che si tiene al Teatro, parla de IL VOTO che viene fatto di fronte a quelle morti, si pone a fianco de I DOLOROSI, padri, fratelli, madri chini sulle bare dei loro congiunti, ripercorre L'AGGUATO, parla de LA TRINITA' SORTA DAL SANGUE di Menichetti, Giannini e Degli Innocenti, prosegue con L'INVOCAZIONE: "Tito Menichetti! Nello Degli Innocenti! Gino Giannini! io chiudo gli occhi e vi vedo. Belli, ardenti, o fratelli miei, fratelli nostri, uniti in purità e in amonia perfetta...e conclude con LA PREGHIERA, che ha una invocazione finale "La Patria avrà per noi gloria e potenza nella giustizia e nella libertà".
Il libro di Carlo Scorza, dal titolo "NOSTRI MORTI" si conclude con l'elenco dei FASCISTI CHE PARTECIPARONO ALLA GITA DI VALDOTTAVO: Nello Degl'Innocenti +,  Gino Giannini +,  Aldo Baralla ferito,  Felice Vallerini ferito,  Aldo Mandoli ferito,  Lorenzo Grossi, Renato Benedetti, Pietro Degl'Innocenti, Luigi Matteucci, Vittorio Tattara, Vittorio Mandoli, Lelio Mandoli, Gino Grazioli, Girolamo Benesti, Elia Giusti, Alfredo Menichetti, Carlo Maraccini, Carlo Scorza.

10) UNA RICOSTRUZIONE DEL PROF. CLAUDIO FERRI

Anche il prof. Claudio Ferri, di Valdottavo, personaggio molto attivo nella vita culturale lucchese, con al suo attivo molte pubblicazioni specialistiche di storia antica, ha trattato l'argomento circa (come lo stesso li definisce) "i fatti criminali del 22 maggio 1921 a Valdottavo". Lo ha fatto in suo libro dal titolo "Fra Lucca e Borgo a Mozzano: Valdottavo dalle origini ai giorni nostri", pubblicato nell'aprile 2005 per i tipi della Tipografia Tommasi di Lucca (libro che mi dette l'opportunità di polemizzare con l'autore, garbatamente; per come aveva trattato, in quel testo, l'argomento dell'acquisto e della ristrutturazione del Teatro Colombo di Valdottavo, cose da me fortemente volute e realizzate negli anni dei miei mandati di Sindaco del Comune di Borgo a Mozzano, 1995/2004). Il prof. Ferri, oltrechè storico, è stato anche un personaggio politico molto attivo nel Partito Repubblicano (PRI). Dopo il crollo della prima repubblica, ha partecipato con la mia lista (Noi con Voi) alle elezioni comunali del 1995, risultando eletto al consiglio comunale e capogruppo della mia maggioranza. In quegli anni si avvicinò a Forza Italia e fu per me un buon collaboratore. Non ricandidandolo alle elezioni per il mio secondo mandato i nostri rapporti peggiorarono un pò e ci perdemmo un pò di vista...politicamente parlando. 
Nel libro citato il Ferri scrive che "Fra il 1919 e il 1921 si sviluppò fiorente anche a Valdottavo il Partito Socialista e, dopo il congresso di Livorno del gennaio 1921, anche il Partito Comunista, che si ispirava al Partito Bolscevico di Lenin. Intanto, dopo il 1919, si era sviluppato anche a Lucca e anche da noi il nuovo Partito Fascista, fondato a Milano da Benito Mussolini il 23 marzo 1919. A causa della crisi economica del dopo guerra le lotte sociali sia a Lucca che in tutto il nostro territorio andarono sempre aumentando, con l'effetto di un sempre maggior numero di scioperi dei lavoratori da un lato e di una sempre maggiore resistenza della Confindustria e della Confagricoltura che andarono sempre più finanziando le violenze delle bande fasciste...In tale periodo a Lucca venne emergendo in particolare - scrive ancora il Ferri - la figura del più violento e meno scrupolosi dei personaggi fascisti, Carlo Scorza, che riuscì a dirigere il Partito Fascista fino agli anni trenta. Fu in questo clima che maturarono i fatti criminali del 22 maggio 1921 a Valdottavo". Ferri aggiunge che su questo argomento molti hanno scritto ma nessuno è riuscito a fare luce piena sui veri colpevoli dei crimini, come non è mai stata fatta una revisione del processo che condannò "a pene elevatissime tre persone chiaramente innocenti di Valdottavo, colpevoli solo - scrive il Ferri - di essere socialisti e comunisti". Il Ferri, nel riferire dei fatti accaduti, si rifà ad un articolo del Prof. Umberto Sereni (che è stato Sindaco di Barga) ed a un suo articolo intitolato "Il Fascismo nell'isola dell'antimodernità - Il caso di Lucca". Al resoconto dei fatti che troviamo già in altre parti di questo mio testo, il Ferri e il Sereni aggiungono che "la domenica pomeriggio del 22 maggio 1921 i fascisti locali, tra cui primeggiarono subito Silvio Mezzetti, detto il Tato, e Alessandro Mezzetti, detto più tardi, per la sua carica, il centurione, organizzarono al Teatro Colombo una manifestazione per la benedizione dei gagliardetti fascisti. In teatro - scrive il Ferri - si affollarono in molti, anche se la maggioranza forse solo per curiosità, e fra la gente, ricordano i testimoni, era presente anche il Pievano di Valdottavo, don Adolfo Pellegrini il quale, siccome non voleva accettare la richiesta dei fascisti di benedire i loro gagliardetti, fu costretto a farlo con la violenza, dopo che i fascisti lo ebbero schiaffeggiato e minacciato in pubblico". Il Ferri riferisce che all'assemblea erano presenti anche i tre valdottavini che poi "furono ingiustamente accusati del crimine avvenuto dopo la fine dell'assemblea" (Cesare Della Nina, Amedeo Ramacciotti e Achille Giannarini). La presenza dei tre, al Ferri l'avrebbe confermata lo stesso capo fascista Silvio Mezzetti, il quale avrebbe anche riferito che gli stessi avevano lasciato l'assemblea "solo un pò prima che finisse". Prosegue il Ferri: "Il fattaccio fu questo: dopo la fine dell'assemblea i fascisti venuti da Lucca con un camion vi risalirono subito per tornare velocemente a Lucca. Soo che arrivati alle Coste di Rivangaio, dovettero rallentare e quasi fermarsi perchè alcuni massi erano già stati fatti cadere sopra il fondo stradale per ostacolare il passaggio del camion sulla Lodovica. Allora improvvisamentealtri massi furono fatti cadere sul camion dalla cima del monte, anche se forse, pensa il Sereni, senza una vera intenzione di uccidere; e invece questi massi uccisero sul colpo due giovani fascisti, appartenenti a due famiglie importanti di Lucca. La sera stessa, aggiunge il Sereni, fu ucciso, non si è mai saputo da chi, un certo Porciani, che abitava nel casello del Piaggione, posto di fronte al monte dove erano caduti i massi omicidi. Dell'omicidio dei due fascisti lucchesi furono incolpati quasi subito - continua il Ferri nel suo libro - tre abitanti di Valdottavo, dopo che, a partire dalla sera stessa dei gravi crimini, furono arrestati quasi tutti i socialisti di Valdottavo, accusati di aver organizzato la strage". Il Ferri aggiunge un racconto del 2004 fatto al professore da Anna Della Nina, figlia di Cesare, nel quale afferma che il padre Cesare era stato uno dei primi delegati socialisti al congresso di Livorno del gennaio 1921 e che il padre, dopo essere stato presente al teatro Colombo alla manifestazione fascista, insieme al figlio Avo di 2 anni, si recò all'osteria delle Seimiglia, dove lasciò "momentaneamente il figlioletto Avo" per recarsi "col secchio ad innaffiare l'orto".La stessa Anna Della Nina riferì al prof. Ferri che anche Amadeo Ramacciotti, dopo aver lasciato il teatro, andò a Canuciori a girare il fieno. Sempre Anna riferì al Ferri che nessuno seppe dove era andato il Giannarini. Il Ferri nel suo libro racconta altri particolari che gli furono riferiti da Anna della Nina sullo svolgimento del processo e sul fatto che, quando il marito era in carcere, sua madre Nonzia fu "continuamente vessata e perseguitata dai capi fascisti più facinorosi di Valdottavo".  Il Ferri, sempre riprendendo le tesi espresse dal prof. Sereni, cita il mancato passaggio e sosta, nel 1930, di Mussolini al monumento eretto sul luogo dell'eccidio e indica come "esecutori diretti del lancio dei massi i fascisti Micheli e Ballarini", mentre Carlo Scorza (che era a bordo del camion ndr) sarebbe stato "il promotore dell'omicidio". Si pensi che il Ballarini era di Pietrasanta, città di cui sarebbe divenuto Podestà e il Michelini di Lucca.

11) QUANDO FU DISTRUTTO IL MONUMENTO AI "MARTIRI DI VALDOTTAVO", UNA TESTIMONIANZA DI SILVANO ZANARELLI

L'immagine di questa pagina è il monumento ai "martiri di Valdottavo", costruito nel luogo in cui morirono Giannini e Degli Innocenti, travolti dai massi caduti dalla montagna. Come ci ricorda il Laganà, nel suo scritto citato in queste pagine, il 31 maggio 1925 ci fu a Lucca una grande cerimonia per l'inaugurazione, nel cimitero urbano della città, del monumento a Giannini e Degli Innocenti, progettato dallo scultore lucchese Francesco Petroni. Nel 1926 sul luogo dell'attentato, a Valdottavo lungo la strada Lodovica, fu posta una lapide in marmo che, successivamente, fu affiancata da colonne con i fasci.
Qualche giorno dopo il passaggio del fronte, siamo ai primi di ottobre del 1944, il monumento fu distrutto con delle cariche di esplosivo. Lo racconta Silvano Zanarelli, pittore e scultore valdottavino, mio amico carissimo, in una testimonianza (pagg. 55 e 56) riportata sul volume "Saggi e Ricerche n. 19" dell'Accademia Lucchese, dal titolo "SILVIO FERRI 20 LUGLIO - 27 SETTEMBRE 1944 - Come la lingua può scongiurare una strage", Edizioni ETS-Pisa 2009. Scrive dunque lo Zanarelli: "Qualche giorno dopo il passaggio del fronte, mi trovai nei pressi del monumento ai Martiri Fascistin in fondo al monte della Ripalta. Mentre ero lì. arrivarono alcuni partigiani. Questi fecero saltare il monumento eretto in memoria dei Martiri con dell'esplosivo". Nella stessa testimonianza Silvano Zanarelli aggiunge un particolare importante: "Al loro seguito c'erano alcuni ex squadristi di Valdottavo contro i quali erano particolarmente inferociti negli anni del regime fascista. Tutto quello che doveva essere una vendetta, si fermò all'affissione di una medaglia di cartone al collo (degli ex squadristi) e allo sgombero della strada dalle macerie causate dalla distruzione del monumento stesso, poi li rimandarono a casa senza fargli altro".


 






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