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“IL PASSATO RIMOSSO”: CONSIDERAZIONI SU STORIE DIMENTICATE DI BORGO A MOZZANO, LA CUI PIENA CONOSCENZA E VERITA' DIFFICILMENTE POTREMO RECUPERARE.

L’occasione per riaprire questo ragionamento sul “passato rimosso” mi è stato offerta dalla cerimonia in ricordo di Ester Santini, una giovane donna di 30 anni, morta a Dezza di Borgo a Mozzano in un bombardamento alleato, che si è tenuta il 3 febbraio 2024.
Mi sono già occupato, qualche anno fa di episodi di storia controversi che, nel tempo, sono stati avvolti da un velo di oblio o sono stai addirittura dimenticati. Uno di questi, che ho studiato approfonditamente, riguardava i “fatti di Valdottavo” del 22 maggio 1921, nel pieno del cosiddetto “biennio rosso”,  che ha preceduto l’avvento del regine fascista. Il centenario di quell'evento, che era stato importante e significativo per la storia del movimento fascista, è passato quasi del tutto inosservato, salvo un inconcludente convegno organizzato nell’estate 2021 a Lucca, molto poco partecipato, tenuutosi a piazzale Verdi per iniziativa dell’Amministrazione Comunale della città (assessore Vietina).
La cosa mi ha spinto a cercare di ricordare tanti altri episodi della nostra piccola storia locale che sono rimasti avvolti dall’oblio collettivo o addirittura dimenticati.

Ultimo degli episodi, che mi era assolutamente sconosciuto e che mi ha spinto a riconsiderare il concetto del “passato rimosso” è quello della giovane Ester Santini che il 15 settembre 1944 mori a Dezza di Borgo a Mozzano, colpita da una granata durante un bombardamento alleato (da parte degli americani) che, dalla piana di Lucca, tentavano di colpire la villa di Vormiana, sulla strada per Vetriano, dove si trovava un comando dell’esercito tedesco occupante. In quel bombardamento, oltre alla giovane Ester, “a perdere la vita fu anche un uomo sfollato di cui nessuno ricorda il nome”. Così è scritto in un piccolo opuscolo, dalla grafica graziosa, pubblicato nel febbraio 2024 dal Comune di Borgo a Mozzano, dal Comitato Paesano di Dezza e dalla Comunità Parrocchiale San Giovanni Leonardi di Diecimo che, con grande merito, sabato 3 febbraio 2024 hanno organizzato una bella cerimonia a Dezza, in ricordo di Ester e di tutte le vittime civili di guerra. Cerimonia iniziata con una Messa solenne cantata dalla Corale S. Cecilia di Diecimo. Come ho detto in precedenza, ho conosciuto questo episodio solo quando me ne ha parlato Daniele Luciani di Dezza, che della cerimonia di ricordo è stato uno degli organizzatori.
Nel bombardamento di quel lontano 15 settembre 1944, ci furono diversi feriti e, tra questi, anche Marta Simonelli, nata nel 1941, che ha portato la sua commossa testimonianza al cimitero di Dezza, di fronte alla restaurata tomba di Ester Santini. I feriti di quel giorno furono curati e salvati dal Dottor Pietro Alessandri Stringari, che abitava a Dezza Alta in una grande casa che, in quei tragici giorni, il generoso medico aveva trasformato in una sorta di vero e proprio ospedaletto, coinvolgendo tutta la famiglia nel prestare aiuto e cure a chi aveva bisogno. Nello stesso opuscolo un’altra testimonianza  (ripresa dal libro “Con uno zoccolo e una ciabatta” di Jose Paroli) ci dice che la seconda persona colpita a morte nel bombardamento di Dezza era un “militare che tenevano nascosto”. La stessa testimonianza aggiunge che dalle bombe,  sparate dalla Piana di Lucca, “fu colpito anche il solco della “buca delle fate” e che un famiglia che si nascondeva sotto il ponte di legno del solco fu investita dall’esplosione; non ci furono morti ma solo feriti, alcuni anche in modo grave. Si trattava di gente di Roncato”. Il racconto ci dice che si trattava di Letizia e Pietrino Gaddi e che quest’ultimo perse un occhio nell’esplosione.
La tragica morte di Ester Santini e quella di uno sfollato o di un militare di cui, addirittura, si è dimenticato il nome, sono certamente  rimasti nella memoria di coloro che quei giorni li avevano vissuti, come Marta Simonelli e la sua famiglia, o nel ricordo degli abitanti di Dezza che visitando il cimitero vedevano quella vecchia tomba di Ester; ma l’episodio non era certo patrimonio e ricordo di una comunità, come invece lo sarà dopo la cerimonia del 3 febbraio 2024, dopo ottant’anni, quando, pensando ad Ester, molti ricorderanno di tutte le vittime civili delle guerre e si penserà a quanto è bella la pace.
Il ricordo di Ester Santini mi ha fatto riaprire, come ho già detto, il ragionamento sul  "passato rimosso", termine che ho mutuato dal giornalista/scrittore Pietrangelo Buttafuoco.
Anche il bombardamento di Dezza (piccola frazione del comune di Borgo a Mozzano), l’ho quindi inserito tra i vari fatti della nostra storia locale, soprattutto legati al periodo del fascismo e agli anni in cui la guerra è passata anche dai nostri paesi: episodi spesso dimenticati, sottaciuti per lunghissimi anni, sconosciuti ai più.

Dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso, e per circa vent’anni, sono stato attivamente impegnato in politica e frequentavo con una certa assiduità  il paese di Valdottavo, dove esisteva una delle poche sedi del MSI,  partito a cui appartenevo e di cui sono stato il rappresentante nel consiglio comunale di Borgo a Mozzano a partire dal 1975 al 1993.. La sezione era situata proprio davanti al Teatro Colombo. Gli iscritti  della sezione  e  molti di loro  avevano vissuto il periodo del  regime, gli anni del consenso, gli anni complessi e tragici della guerra, della guerra civile e del dopoguerra. Tanti di loro avevano vissuto le tensioni e le contrapposizioni forti, spesso fortissime, che si erano create tra fascisti e antifascisti, come tra comunisti e anticomunisti, che avevano determinato divisioni profonde addirittura nelle famiglie. Durante le riunioni mi capitava di ascoltare i racconti degli iscritti più anziani, che difficilmente entravano nei dettagli degli avvenimenti locali o delle storie che avevano vissuto in prima persona, compreso i fatti tragici del 1921. Forse, inconsciamente, cercavano di rimuovere i ricordi dei dolori vissuti  e preferivano non parlare degli episodi, talvolta tragici, di cui erano stati protagonisti, spesso loro malgrado.
Anche “i fatti di Valdottavo del 22 maggio 1921", quindi, subirono la sorte dell’ oblio, ma non solo quelli.

Perfino l’ episodio, gravissimo, spesso ricordato dal Sindaco Patrizio Andreuccetti, avvenuto il  13 settembre 1944 a Partigliano, quando gli abitanti del paese rischiarono di essere sterminati dai nazisti,  in una delle tante inutili e incredibili stragi che  in quella terribile estate del ‘44 insanguinarono  contrade e paesi della Toscana e non solo, era sconosciuto ai più e veniva ricordato solo da coloro che avevano vissuto quei momenti. Ne è prova la lapide in ricordo di quei  tragici fatti, che fu posta a Partigliano solo nell’anno 2006 dal Sindaco Francesco Poggi. Protagonista del salvataggio di quella comunità fu il prof. Silvio Ferri, uomo coraggioso e di grande cultura, che con il suo intervento autorevole, aiutato dalla conoscenza della lingua tedesca, riuscì a convincere il comandante delle truppe naziste a non infierire sulla popolazione e desistere da possibili rappresaglie. Silvio Ferri era il padre di Claudio, insegnante e storico, che fu consigliere attivo ed autorevole nel mio primo mandato di Sindaco (dal 1995 al 1999), addirittura come capogruppo di maggioranza; Claudio non mi parlò mai di quell’episodio, che aveva visto suo padre come attore e mai mi chiese di valorizzarne il ricordo, come di certo avrei volentieri fatto.

Un altro episodio rimasto nell'oblio è quello della morte di Renato Giorgi, di Anchiano. Il Giorgi era stato Carabiniere Reale ed a tutti era nota la sua fede fascista. Nel quindicesimo anniversario della "marcia su Roma", il 28 ottobre 1937, appena ventottenne, Renato fu trovato morto nei boschi di Anchiano e molti ebbero la certezza che fosse stato ucciso, proprio per la sua fede politica. Il "santino" funebre scritto nell'occasione dei suoi funerali recita: "Fatale e cruda venne la morte. Tu Renato hai piegato la tua, ancora giovanissima e valida vita per sempre. Guarda dal cielo la  tua cara sposa (Anna) la tua tenera bambina (Carla)...affinché nel tuo caro ricordo trovino rassegnazione e conforto - Anchiano, 29 ottobre 1937, anno XVI dell'era fascista".
Le indagini, che sicuramente saranno state svolte, non portarono a niente. Nel paese di Anchiano il nome del possibile assassino continuò ad essere solo sussurrato. Anche in questo caso si preferì l’oblio.

Anche il testo di una lapide, ormai scolorita, di una vecchia tomba del cimitero di Chifenti ci pone un interrogativo sulla scomparsa di una persona di quel paese, che era uomo assai in vista e conosciuto. Si tratta di Guglielmo Colombini, "fascista della prima ora", scomparso, "misteriosamente", all'età di 31 anni. Ma lasciamo che, a parlare, sia quella lapide, così come, nel dolore, fu scritta: "Pio Guglielmo Colombini, Capo centuria giovani fascisti, Fiduciario Uff. Collocamento, fascista milite della prima ora, la sera del 2 febbraio misteriosamente scomparso nelle acque del Serchio, 75 giorni dopo fu restituito, sposa madre fratello e parenti inconsolabili lo piangono, amici e camerati lo ricordano, 1905 - 1936". Anche per Colombini, in paese, si pensò ad un regolamento di conti politico, come accadrà un anno dopo per il Giorgi di Anchiano, ma l'oblio sopraggiunse. Secondo l'atto di morte, redatto presso il Comune di Borgo a Mozzano, il corpo del Colombini fu ritrovato in data 19 aprile 1936 in località Piaggione.
 
Anche nella mia famiglia si è cercato di dimenticare. Una sorella di mio padre, la zia Anna Brunini di Oneta, aveva sposato un borghigiano, Torquato Guasperini , che morì nel 1929, dopo pochi anni  di matrimonio, all’età di 27 anni,  lasciando mia zia con un figlio piccolo (Alemanno Guasperini, nato nel 1926). Pochi anni dopo, nel 1931, morì anche un fratello di Torquato, Giordano Guasperini, all’età di 24 anni. Mia zia per mantenere il figlio andò “a servizio” in una famiglia benestante di Vercelli, dove rimase  per tutta la vita; il figlio Alemanno morì nel 1966 per una grave malattia. In casa, da ragazzo, sentivo “sussurrare” che i due giovani fratelli Guasperini erano morti in conseguenza di un agguato compiuto contro di loro, perché appartenenti al “Fascio” di Borgo a Mozzano. In anni successivi anche l’amico dottor Franco Giusti, in diverse occasioni, mi confermò questo fatto ma, per una sorta di pudore, non gli chiesi mai spiegazioni e dettagli, che oggi non posso dare, né a me né agli altri. 
           
Finita la guerra le fortificazioni della linea gotica, gallerie, trincee, camminamenti e fortini costruiti dall’ottobre 1943 fino all’agosto 1944, erano diventati ricettacolo di rifiuti o rifugi improvvisati per sbandati o, addirittura, per gli assassini della così detta “banda Fabbri”, che seminò paura sui nostri territori nei primi mesi del dopoguerra che usarono una galleria posta alla “polla del fico”, nel territorio di Anchiano, per nascondere dei cadaveri. All'inizio degli anni ’60, allo scopo di eliminarne i pericoli, gli ingressi delle gallerie furono murati e l’accesso interdetto. Solo alla fine degli anni ’90 del XX secolo ( ricordo bene il periodo perché ero Sindaco) si cominciò a lavorare, sollecitati da brave persone di tanta buona volontà, tra Comune e Comunità Montana, per realizzare un progetto di recupero e valorizzazione delle fortificazioni, da è nato il “Comitato Linea Gotica” che tanto si  impegnato e si impegna nei progetti di riscoperta e  valorizzazione dei siti storici, da cui è nato anche il “Museo della Memoria” di Borgo a Mozzano.

Nell'oblio era caduta anche l' uccisione, in uno scontro con i tedeschi, del partigiano  ventottenne Pietro Pistis, avvenuta nel giugno 1944 nei pressi di Borgo a Mozzano, come la morte di Amato Terzini  e di Martina Metalori, uccisi dai tedeschi a Partigliano nel settembre 1944. Anche l'uccisione, ad opera di un soldato tedesco, di Luigi Meconi, mentre si trovava a lavorare, ignaro del pericolo, nella sua vigna, dietro la scuola elementare di Valdottavo, è stata ricordata dalla figlia Maria, sposata Grandi, in un opuscolo dal titolo "27 Settembre 1944, La fine di un incubo", stampato dalla Tipografia Amaducci solo nel novembre 2003.

Un’altra  storia tragica e inquietante è quella avvenuta nei boschi di Motronein località Picchiaia,  nel freddo inverno 1944/1945, sulla quale ho cercato notizie, trovando solo una sorta di “bonaria” omertà. Il paese di Motrone, oggi ricompreso nel territorio del Comune di Borgo a Mozzano, all'epoca dei fatti apparteneva al Comune di Pescaglia. Le poche notizie che sono stato in grado di raccogliere dicono che i coniugi Zanobi e Teresa Lazzari, nel momento del passaggio del fronte, siano stati uccisi da “soldati di colore” e che Teresa sia stata violentata prima di essere uccisa. Il tutto avvenne davanti agli occhi del loro figlio, Alvaro Lazzari, che "impazzi" per quanto aveva visto e fu internato in un istituto fino alla morte. Alvaro, fu trovato dagli abitanti di Motrone, accanto ai genitori uccisi, nel metato di Picchiaia dove la famiglia Lazzari viveva in quei difficili giorni.

Un altro episodio di “passato rimosso” riguarda un borghigiano, assai conosciuto, perché esercitava la professione di geometra in paese. Si tratta di Raffaele Guidugli (o Raffaello), classe 1916, che aderì alla RSI e, catturato dai partigiani, fu fucilato a Piacenza il 1 maggio 1945. Avevo trovato questa notizia facendo ricerche di un amico di mio padre, Gabriele Zamboni, livornese, la cui famiglia aveva una casa a Oneta, dove trascorreva le vacanze. Anche lo Zamboni era stato fucilato a Piacenza, nella stessa data del 1 maggio 1945. Raffaele Guidugli e la moglie Bianca nell’ occasione del loro matrimonio avevano donato una ceramica “robbiana” che, ancora oggi, fa mostra di sé sulla facciata del convento francescano del Borgo. Sapendo che la moglie era viva, qualche anno fa, mi misi in contatto con lei per avere notizie di quella ceramica donata al convento e del marito; ma mi sentì rispondere che le figlie non sapevano come era morto il loro padre e quindi non voleva parlare del passato…

Anche la morte, drammatica, del Maresciallo dei Carabinieri Giovanni Cabriolu Puddu, nel campo di concentramento tedesco di Dachau, è rimasta per tanti decenni  solo un dramma familiare, poco conosciuto. Cabriolu Puddu era un carabiniere, nato in provincia di Nuoro il 14 novembre 1906, venuto a fare servizio a Borgo a Mozzano come brigadiere. Qui aveva conosciuto e sposato la borghigiana Olga Santini ed aveva avuto tre figli, molto conosciuti ed attivi nella comunità borghigiana, In anni recenti, uno dei figli del Maresciallo, Giuseppe ed i nipoti Giovanni (Nino) e Carlo, hanno cominciato una serie di ricerche nei luoghi dove il padre e nonno aveva prestato servizio e dove era stato arrestato da tedeschi e repubblichini, il 15 aprile 1944, come Comandante della Stazione di Barbarano Vicentino. Le caparbie ricerche dei familiari hanno portato, nel marzo 2014, alla pubblicazione di un bellissimo e commovente testo, dal titolo: “Per non dimenticare. Il sacrificio del Maresciallo dei Carabinieri Giovanni Cabriolu Puddu”, Edito da Tipolito 2000 di Lucca, che racconta tutte le vicende del Puddu fino alla tragica morte a Dachau. Come si legge nel libro il figlio del Maresciallo, Giuseppe, che si è occupato in prima persona delle ricerche e della pubblicazione, “sapeva (del padre) quelle poche notizie apprese dalla mamma e dalla zia, notizie volutamente scarse per non traumatizzare i bambini nella loro tenera età”. Il libro ci dice anche che il nipote del Maresciallo, Giovanni, aveva ritrovato una vecchia scatola di scarpe contenente documenti e appunti della nonna Olga (la vedova del Maresciallo), “scatola forse dimenticata dal dopoguerra, da quando cioè nel 1948 la famiglia rientrò da Barbarano”. Nella famiglia Puddu, ci racconta ancora il libro “si era sempre evitato di parlare degli orrori dei Lager, non si era mai letto libri o visto film che trattavano di deportazioni o di campi di concentramento, neppure “la vita è bella di Benigni”. Ci sono voluti settant’anni perché il sacrificio e la memoria del Maresciallo Giovanni Cabriolu Puddu, morto a Dachau, diventasse, come giusto, patrimonio della comunità. Anche questo è un esempio di “passato rimosso”.

Perfino episodi meno tragici, che potremmo definire “a lieto fine”, come l’ospitalità offerta dagli abitanti di Particelle (Corsagna) a soldati americani, durante il passaggio del fronte, o attestati rilasciati a firma del Generale Alexander per “gratitudine e riconoscenza per l’aiuto dato ai membri delle Forze Armate degli Alleati”, come quello che mi consegnò qualche anno fa Ferminda Giusti di Corsagna, non sono mai stati conosciuti adeguatamente dalle nostre comunità. 

Il passato rimosso ha riguardato perfino figure assai conosciute della comunità, di cui si è scoperto, solo dopo sessanta o settanta anni, e lo dico con estremo rispetto, la loro partecipazione alla resistenza, o il ruolo di partigiano, addirittura dopo la loro scomparsa. Peccato per loro che non hanno potuto meritare i giusti riconoscimenti in vita.

Chissà quanti altri episodi, che non conosco, sono accorsi nel periodo tra le due guerre mondiali e nel corso dell’ultimo conflitto, che ebbe anche il tragico epilogo di una guerra civile tra italiani.
Sarei contento se qualcuno vorrà parlarmene e farmeli conoscere. 


A Borgo a Mozzano, come in tanti altri luoghi, si preferì non ricordare il passato. Dopo il “Sindaco della liberazione”, che fu Antonio Tonelli, esponente del CLN, i successivi mandati furono affidati a uomini della Democrazia Cristiana, che erano persone importanti della comunità borghigiana, “notabili” di paese, ma che tali erano stati anche negli anni del “regime”; mi riferisco in particolare a Giuseppe Bacci di Corsagna, più volte Podestà e poi esponente della Democrazia Cristiana, o al geometra Aldo D’Olivo, che fu Sindaco dal 1951 al 1961. (1)

Nel decennale della liberazione, che al Borgo fu ricordato il 27 settembre 1954, venne apposta sul palazzo comunale, in piazza “XX settembre”, una lapide che, come ho più volte detto anche in cerimonie ufficiali, rappresenta un “inno alla libertà” e un contributo alla “pacificazione”.
Ecco il testo: “In questa piazza - nel decennale della liberazione - il popolo esalta la più bella conquista – LA LIBERTA’ – Dio e volontà degli uomini – la conservino ai posteri – a conforto e memoria dei suoi martiri”.  

Nei dieci anni trascorsi dall’arrivo degli Alleati sul nostro territorio la vita era ripresa, con fatica, ma con tanta speranza. Più o meno tutti erano tornati ai propri lavori e alle proprie occupazioni, molte famiglie piangevano i morti o dispersi in guerra, soprattutto nella campagna di Russia. Perfino coloro che avevano aderito alla RSI ed erano andati “al nord”, passati sotto le forche caudine delle epurazioni, rientrarono tutti nei benefici dell’amnistia del 22 giugno 1946 (ministro guardasigilli era Togliatti) e furono reintegrati nei ruoli e nei posti di lavoro.
Rimanevano le divisioni, perfino all’interno delle famiglie, ma i più preferirono rimuovere il passato. E' un pò quello che racconta Edoardo De Filippo in una celebre commedia, messa in scena subito dopo la liberazione, diventata un film nel 1950 col titolo “Napoli milionaria”: il protagonista, ritornato dalla guerra, vuole raccontare a tutti quelle che ha visto, ma tutti continuano a ripetergli che “la guerra è finita”, affermando, con questa frase, il desiderio degli italiani di voltare pagina, di guardare al futuro e di “rimuovere il passato” fatto di dolore e tristezze.

Note: (1) Il Sindaco della Liberazione”, Antonio Tonelli, di Diecimo, si insediò il 2 ottobre 1944 e ricoprì la carica fino alle elezioni del 1946. In quell'anno fu eletto il borghigiano Vincenzo Barsi, rimasto in carica fino al 1951, quando fu eletto Aldo D’Olivo, anche lui di Borgo a Mozzano, che rimase in carica fino al 1961.

Gabriele Brunini – 14 febbraio 2024







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