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QUANDO LA RACCOLTA DEI FUNGHI DAVA SOLLIEVO ALLE FINANZE DELLE FAMIGLIE CONTADINE.

I funghi sono stati una risorsa economica sin dall'antichità. Anche nell'antico Egitto e nell’Impero Romano, i funghi erano considerati un alimento prezioso e ricercato. L’amanita caesarea (ovolo buono), che noi chiamiamo “coccora”, era addirittura soprannominata "cibo dei re".
Nella Valle del Serchio e in Garfagnana, la raccolta dei funghi è stata ed è ancora una risorsa economica, sia per l'attività di commercio dei prodotti locali, sia per il turismo legato a questa pratica, che porta benefici alle strutture ricettive e stimola l'economia del territorio. 
In questi giorni di grande nascita di funghi, che interessa anche la nostra zona, mi viene in mente quando la raccolta dei funghi e la loro vendita, ai compratori che venivano dalle città toscane, era una importante opportunità economica per gli abitanti dei nostri paesi che, al tempo, erano ancora in gran parte dediti all’agricoltura che, per le nostre zone, era un’agricoltura di “sopravvivenza”.
I miei ricordi vanno a quando ero bambino e, pur vivendo al Borgo, durante il periodo della nascita dei funghi, con la mia famiglia andavamo tutti i giorni a Oneta (che era il paese di mio padre) e lui passava intere giornate a raccogliere funghi, come facevano tutti gli abitanti di Oneta e dei paesi vicini. Tutti gli abitanti, uomini, donne, ragazzi e ragazze, erano impegnati, dall’alba al tramonto, nella raccolta dei funghi nei boschi e nelle selve dell’Aiale, di Santa Cristina, di “Doppo” o del bosco di Barbetta, e molti andavano a raccoglierli anche di notte, con la luce dell’acetilene. A tutte le ore rientravano con i canestri colmi di funghi porcini, coccore e galletti. A casa selezionavano il raccolto, toglievano i funghi più vecchi e “bavosi” e andavano a vendere i funghi migliori all’ appalto, che era la bottega del paese, che prendeva il nome dalla rivendita dei generi di monopolio (nelle immagini di quesa pagina ho pubblicato una vecchia foto della bottega). Erano Nella e la madre Giorgina, titolari della bottega/bar, che controllavano la situazione, aiutate dagli uomini di casa, che selezionavano il prodotto, riempiendo le tante cassette di legno che i “compratori” avevano consegnato nei giorni precedenti. Come in una sorta di “borsa”, Nella comunicava il prezzo dei funghi, che i compratori, telefonicamente, avevano offerto e pagava la merce, dopo averla pesata con la “stadera” in ferro. Nei boschi arrivavano anche i raccoglitori dal Borgo, ma gli Onetini, nei loro boschi e nelle loro selve, avevano senz’altro una migliore conoscenza dei luoghi e dei posti segreti dove la nascita era più copiosa.
Durante la giornata all’ appalto si accumulavano una gran quantità di cassette piene di funghi, sicuramente quantificabili in diversi quintali. A sera arrivavano i compratori della città, che pagavano con denaro contante i funghi raccolti, li caricavano sui loro sgangherati camioncini e partivano alla volta dei mercati delle città toscane, dove dovevano arrivare freschi al mattino seguente.
L’incasso della vendita dei funghi era provvidenziale per l’economia delle famiglie contadine, che il denaro lo vedevano solo al momento della vendita dei prodotti agricoli, del bestiame o del legname. A casa si friggevano e si mangiavano i funghi più vecchi che i compratori non volevano, ed una parte di questi si usavano per seccarli al sole e tenerli nei vasi di vetro per i risotti e i sughi invernali. La nascita dei funghi era attesa con ansia, perché era per tutti una opportunità che dava sollievo alle magre risorse economiche delle famiglie del tempo.

Era davvero un altro mondo, rispetto ad oggi, che io ricordo bene, ma che forse è difficile spiegare ai giovani.

Gabriele Brunini – settembre 2025







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