IL BORGO E IL SUO FIUME. Borgo a Mozzano e il Serchio, una volta una cosa sola.
Per secoli paese e fiume sono stati una cosa sola. L’acqua del fiume serviva per innacquare gli orti che si facevano giù vicino alla spiaggia. Sulla spiaggia si andava a raccogliere la legna che le fiumare portavano a valle d’inverno. Si tagliavano le “vetrici” che, una volta seccate al sole, servivano per intrecciare canestri. Si pescava: barbi, anguille, carpe e le piccole rovelle che friggevano in padella. Si andava a prendere i sassi, scelti uno a uno, per costruire muri e case, e la sabbia per impastare la calce.
Il "ponte pari" fu costruito solo nel 1900 e prima di quello esisteva solo il ponte del diavolo, che collegava le due sponde. E così, nei secoli, per attraversare il fiume, c'era la barca, posizionata all'altezza di Anchiano, che faceva regolare servizio per le persone e per le merci.
Era una simbiosi: il fiume dava da vivere, il paese rispettava il fiume.
Poi questa simbiosi si è rotta. Alla fine dell’ottocento hanno costruito la ferrovia (arrivata al Borgo nel 1898). Un taglio netto; la strada ferrata ha diviso il paese dal fiume.Poi, dopo la seconda guerra, si è costruito la “diga”, lo sbarramento del fiume, all’altezza del “ponte pari”, per alimentare la centrale idroelettrica di Ponte a Moriano, e questo ha alterato il normale deflusso delle acque, come era stato nei secoli.
Nei primi anni sessanta del XX secolo, poi, è arrivata la grande strada di circonvallazione del paese, che ha occupato e cancellato tutti i campi che stavano tra le case e la spiaggia. Ha cancellato le grotte, da cui ci si tuffava nei grandi pozzi che stavano davanti alla Socciglia; ha cancellato la “colonia” e il “puntone”.
Piano piano non è servita più la legna del fiume, non si sono più tagliate le vetrici per i canestri, e la vegetazione ha coperto la spiaggia sassosa. Si è pescato sempre meno. Non si possono più raccogliere i sassi per fare un muro, non si può più prendere la legna portata dalla piena. Oggi la gente, che usa la legna, la compra dai boscaioli.
Il paese e il Serchio non sono più in simbiosi.
Anch’io ho conosciuto la simbiosi con il fiume, da bimbetto. Quando in estate si usciva di casa al mattino, si tornava a mezzogiorno per “desinare” e si usciva di corsa, appena mangiato, per ritornare a sera, andando alla bottega per comprare il panino all’ora di merenda. Eravamo liberi, i nostri genitori non erano apprensivi, si fidavano e il mondo non era pieno di paure come adesso.
Avevo anche il permesso di pesca, come tanti miei coetanei. Pescavo lungo il fiume con la canna “fiorentina”; insieme agli amici (Antonio, detto Gioiello, Umberto, Fabio, Marcello ed altri); quando c’era la fiumara si pescava con la rete (o bilancia) dai parapetti del “ponte pari”. I pescatori provetti e professionisti pescavano con la bilancia lungo il fiume, e noi li guardavamo da lontano, dal ponte, con invidia. Se si pescavano assai rovelle, si tentava di venderle al Pescatore, che aveva sempre pronta la frittura per i propri clienti.
I pescatori professionisti rifornivano quasi quotidianamente i ristoranti della zona: e “La Mora” di Sesto di Moriano era famosa per quei pescetti, che si mangiavano interi, senza nulla scartare.
D’estate, per diverse ore al giorno, si tagliavano le “vetrice”, che poi si sbucciavano e si portavano a casa per metterle al sole a seccare. Alla fiera dell’otto settembre i fascetti di vetrice secche si vendevano ai fabbricanti di ceste e canestri, maestri dell’intreccio di quegli arbusti. Era un modo per guadagnare qualche lira, per comprare qualche sfizio, senza gravar troppo sui nostri genitori, che, come si diceva una volta, non navigavano certo nell’oro.
Il fiume era un bello sfogo alla nostra giovinezza.
Ogni tanto il fiume era traditore e richiedeva qualche vittima.
Negli anni almeno tre ragazzi di Borgo a Mozzano, sono scomparsi nelle acque del Serchio:
il quindicenne RENZO AMADUCCI (figlio di Augusto ed Egle Pellegrini) morì il 26 luglio 1948; SERGIO TOMEI (figlio di Ettore e Olga Vanni) aveva 13 anni e morì il 21 agosto 1981; e 13 anni aveva anche SIMONE CITTI (figlio di Giovanni e Marisa Tomei), portato via dalla corrente il 24 settembre 1984. Erano tutti di Borgo a Mozzano.
Voglio ricordarli qui, richiamando alla memoria i loro nomi dimenticati, o sconosciuti ai più, la loro voglia di vivere e la loro giovinezza perduta.
Anche la costruzione della diga volle una giovane vittima borghigiana: Leonardo Fazzi (figlio del pittore Gino Fazzi), morto a ventunanni in un incidente di lavoro, nel giugno del 1950.
Oggi quel mondo che anch’io ho conosciuto non esiste più. Il fiume è laggiù, lontano, oltre la ferrovia e la strada sempre affollata di traffico. Si intravede, tra la folta vegetazione, l’acqua che scorre, ma è lontana; non si tocca più, come un tempo. E nessuno corre più, a piedi nudi sui sassi rotondi della spiaggia, ormai coperta dalle vetrici troppo cresciute, che nessuno taglia più.
Gabriele Brunini - Ottobre 2026

